Giacomo Scanzi è morto domenica 12 luglio alla Casa di cura Palazzolo di Bergamo dove era ricoverato dopo qualche mese di malattia. Per rispettare la volontà della famiglia, pubblichiamo la notizia a funerali avvenuti. La sua salma riposa nel cimitero di Lozio.
Milanese di nascita, ma con ascendenze bresciane, avrebbe compiuto 68 anni il 17 settembre. Lascia la moglie Paola, i figli Carolina, Edoardo, Federico e il fratello Francesco, medico, che lo ha seguito nel doloroso percorso, vissuto con coraggio. Scanzi fu direttore del Giornale di Brescia dall’aprile 2005 al settembre 2015. Fu giornalista, storico, docente, romanziere, appassionato di musica, fotografia, letteratura, radiotrasmissioni, vela. Fondamentali i suoi studi e le sue ricerche per il percorso di canonizzazione di papa Paolo VI, culminati nei libri «Paolo VI, fedele a Dio, fedele all’uomo», «Paolo VI e il Novecento: Una poetica della vita».
Quando, nel settembre 1990, Giambattista Lanzani ci presentò l’uno all’altro, annunciandoci le rispettive assunzioni, mai avrei pensato che un giorno mi sarebbe stato chiesto di scrivere il tuo necrologio. Ti sembrano scherzi da fare ai vecchi amici?
Caro Giacomo, amico lo sei stato davvero, e poi collega e poi direttore, con alti e bassi, abbracci e sberle, giri nel parcheggio ad analizzare il giornale di oggi e a ipotizzare quello di domani, la trasferta a Roma per l'esame professionale, le puntate a Milano con gli amici dell'Università. «Cià che ci facciamo un sigaro» la frase che preludeva a qualcosa d'importante da dirsi, fosse un elogio, fosse un rimprovero. A volte tuttavia anche solo per il piacere di parlare, magari in orari inopportuni («Giacomo, devo chiudere le pagine», «Le chiuderai dopo»). A parlare eri soprattutto tu, uomo di vasta cultura e di solidi valori.
Un piacere sentirti, soprattutto narrare di storia, ma anche di politica, musica, fotografia, navigazione, le altre tue passioni. Oppure di una Chiesa cui eri devoto ma alla quale non hai fatto sconti. Il tuo rigore sui valori e sui princìpi di «Santa Romana Chiesa» (come con sussiego la chiamavi), che qualche sopracciglio alzato ha suscitato in redazione, non contrastava tuttavia con la capacità di ascolto, il desiderio di dialogo, la disponibilità al confronto e anche allo scontro, pressoché inevitabile in ogni consesso umano.
Come si direbbe oggi, con una frase abborracciata ma che rende, eri «tanta roba». Eri anche un sognatore. Un sognatore disciplinato, se si può dire.

Direttore ma non solo
Giacomo Scanzi verrà ricordato (e, c’è da augurarsi, celebrato) qui e altrove come direttore del Giornale di Brescia, ma fu molto di più, un accademico prestato al giornalismo. Fu innanzitutto uno studioso di storia, in particolar modo del Cattolicesimo lombardo tra Restaurazione e Risorgimento («Milano intransigente» il titolo del libro nel quale trasmutò la tesi di laurea) alla scuola di Giorgio Rumi, Statale di Milano. In gioventù fu anche assessore a Liscate, suo paese natale, per la Dc, dal 1985 al ’90. Fu poi assistente e docente universitario. Come studioso, dedicò buona parte delle sue energie alla figura di papa Paolo VI: le sue ricerche e i suoi scritti ebbero un grande valore nel cammino che portò il pontefice bresciano alla santità.
Da ultimo, ritiratosi in una sorta di romitaggio attivo in Valle Camonica, in cerca di libertà (una delle parole che più ricorrevano nel suo lessico) da tutto e da tutti, scoprì la passione per il romanzo. Passione che fruttò la pubblicazione, l’anno scorso – prima di scoprire il male che in una manciata di mesi lo ha sottratto agli affetti – di due libri: «L’ultimo inverno del Novecento» che prende spunto da «La porta stretta» di André Gide e la ciclopica rivisitazione e traduzione dell’Odissea di Nikos Kazantzakis.
Quanto alla sua esperienza in via Solferino, arrivò alla massima carica nel 2005 dopo un quindicennale cursus honorum: redattore semplice in vari settori del quotidiano, responsabile di Brescia Online, caposervizio, caporedattore, vicedirettore. Nel 2015-2016 ricoprì infine il ruolo di direttore editoriale. Durante la sua guida, l’Editoriale Bresciana assunse un profilo multimediale: venne ampliato il corpo redazionale del giornale – e con esso il tavolo dirigenziale –, il sito web iniziò ad avere una vita propria e furono introdotte tre riforme grafiche, l’ultima delle quali (2015) tuttora vigente.
Del Giornale di Brescia fu alla direzione e nel contempo al servizio, cosa non sempre e non da tutti compresa. Trasferì nell’impegno del quotidiano la sua visione della società. Fedele all’idea montiniana di un Cattolicesimo rigoroso nei princìpi ma che sapesse coinvolgere e non emarginare il popolo. Accoglienza e comprensione, senza tuttavia deflettere dall’obiettivo di lavorare per il trionfo del Verbo. In linea con la missione affidatagli dal notaio Giuseppe Camadini, dominus del laicato cattolico non solo bresciano, che per lui nutriva – ricambiato nel sentimento – un affetto quasi paterno.

Come un bambino stanco
E così, riprendendo il filo del discorso personale, non manterrai la promessa: non ci potremo incontrare in valle nel tuo buen ritiro ad ammirare il blu del cielo, il verde dei prati, la vastità della montagna, a bere un bianchino, fumare un sigaro, accarezzare quel simpatico pagliaccio del tuo cane, a sentirti infervorare «perché nel ’900 sì che c’era la letteratura, c’era la famiglia, c’erano ideali». A saperlo che l’anno scorso sarebbe stata l’ultima volta, mi sarei preparato e ti avrei salutato bene. Ma pazienza, hai preso un impegno con l’Altissimo e rispetto la tua scelta.

Ti voglio dire addio con le profetiche parole di una delle tue canzoni preferite, la mistica «La sua figura», scritta da Franco Battiato per Giuni Russo, anch'essa prematuramente scomparsa: «Raccoglimi dalla terra come un fiore / Come un bambino stanco ora voglio riposare / E lascio la mia vita a te». Lasci la vita alla tua amata Paola, fons et culmen della tua esistenza, lo Ying del tuo Yang (da cattolico convinto hai sempre aborrito ogni forma di sincretismo, ma stavolta so che mi perdonerai), colei alla quale, come mi confidasti, hai affidato il timone della tua splendida famiglia. Cosa che ti ha consentito di dibatterti nei decenni fra carte, documenti, riunioni, telefonate, celebrazioni, trasferte, esami universitari, strumenti musicali, libri e onde corte dei Cb di tutto il mondo («Oggi ho parlato con un norvegese, ieri sentivo un russo»; un omaggio alla passione di tuo padre per le radiotrasmissioni ma anche l'unico tuo modo di amare l'umanità: tenendola a distanza).
«Amo volare perché so atterrare» la frase che hai scelto per il profilo social. Peccato, caro Giacomo, che il volo sia atterrato in largo anticipo. Non siamo abituati, in quest’epoca di ritardi. Nemmeno alla tua assenza sapremo abituarci facilmente.




