Opinioni

Addio a Giacomo Scanzi, quell’amicizia nel segno di Paolo VI e dei giornali

Esperienze parallele unite dall’impegno come direttori e storici
Giovanni Maria Vian, direttore emerito dell’Osservatore Romano
Vian e Scanzi - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
Vian e Scanzi - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it

Da più di vent’anni Giacomo Scanzi era, e resta, per me il «diretùr»: alla guida di quel Giornale di Brescia dove avevo cominciato a collaborare. Divenuto direttore, Giacomo ha iniziato a chiedermi di scrivere più spesso su una testata che – con intelligenza e passione – ha saputo rinnovare in radice. È stato allora che ho cominciato a chiamarlo così, prendendoci un po’ in giro, mentre la nostra amicizia si faceva più intensa. Poi ci siamo trovati a essere colleghi, dopo la mia nomina a «L’Osservatore Romano»: due testate diversissime che però per alcune ragioni s’incrociavano, soprattutto nel dibattito delle idee. Grazie anche a un’amicizia che considero tra le più preziose. E diretùr, anzi «diretùr, mio diretùr» come gli scrivevo, Giacomo è rimasto per tutto il tempo successivo alle nostre direzioni, sino alla fine. Sappiamo però che una fine non c’è.

Non ricordo quando ci siamo incontrati per la prima volta, ma certo è stato sulla scia di Paolo VI, in qualcuno dei primi colloqui dell’istituto, in via Gezio Calini o in giro per l’Europa, presidente Giuseppe Camadini, che a Scanzi ha voluto bene, ricambiato con affetto. Incontri con amici, ritrovati e nuovi, conversazioni appassionate fino a tarda sera, persino siparietti che ricordavamo divertiti.

Giacomo Scanzi - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
Giacomo Scanzi - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it

Come quando una volta Stefano Minelli stava aspettando Giuseppe Lazzaro, mite anima di Studium, e lo reclamò gridando a gran voce le parole evangeliche «Lazzaro, vieni fuori!», tra l’ilarità dei presenti. Poi i pranzi e le cene, di lavoro e no, soprattutto a Roma e a Brescia, le telefonate lunghissime, i racconti delle sue avventure marinare, le diagnosi amare e i momenti scanzonati.

Innumerevoli i legami e gli interessi che abbiamo condiviso, spesso concordando nelle critiche in ambito politico e religioso, magari discutendo vigorosamente, e nel ritrovarsi l’uno nell’altro in storie in parte comuni. Dalla formazione storica – Giacomo come allievo, dalla spiccata personalità, di Giorgio Rumi – all’insegnamento universitario, che in altre circostanze Scanzi avrebbe potuto intraprendere subito dopo la laurea, e non solo negli ultimi anni, come ha fatto. Poi l’inguaribile passione giornalistica e la scrittura, fino ai suoi ultimi frutti letterari che Studium e Marcianum Press, le editrici ora pungolate da Giuseppe Bertagna, hanno pubblicato e valorizzato.

Bellissimo, e ovviamente autobiografico, è il suo articolo per «L’Osservatore Romano» in ricordo del maestro, a dieci anni dalla morte. La conclusione merita di essere citata per intero, perfettamente applicabile a Scanzi, storico e letterato che sapeva scrivere benissimo perché leggeva molto e aveva il dono di farsi capire, senza sconti né di contenuto né di stile.

«Come in uno specchio, Rumi sembrava ritrovare nei riflessi montiniani il nocciolo delle proprie domande intellettuali, quelle domande che da storico poneva al passato, con gli occhi rivolti a quei versi di Carlo Porta che sentiva suoi e poneva a sigillo dello «spazio vuoto» che percepiva come il grande problema del suo stesso tempo esistenziale: Religion santa di mee vicc de cà / che in mezz ai tribuleri di passion / no te fet alter che tirat in là / in fond del coeur, strusciada in d’on canton ("Religione santa dei miei vecchi di casa / che in mezzo al turbinio delle passioni / altro non fai che farti in là / in fondo al cuore, rannicchiata in un angolo")».

Non a caso Scanzi accenna qui a Montini, che conosceva davvero come pochi. Al punto da collaborare in buona misura alla causa che lo ha portato sugli altari. Quanta consuetudine avesse con i suoi scritti lo si capisce sfogliando due piccoli suoi libri, entrambi pubblicati da Studium. Oltre a un profilo essenziale, originale è soprattutto il secondo, dove il rapporto di Paolo VI con il Novecento è definito «una poetica della vita». Come mostrano gli innumerevoli testi di Montini che Giacomo ha ruminato in senso monastico e saputo ricomporre nei «frammenti di un discorso d’amore»: dove le parole hanno davvero un senso e diventano «un canto, nel significato tragico» scrive Scanzi. «Ma solo ciò che è tragico è d’altra parte bello, sensuale, aperto al mistero».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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