Siamo nei primi anni della Grande Guerra quando la giovane maestra friulana, Susanna Colussi, si innamora dell’affascinante tenente ravennate Carlo Alberto Pasolini. Nel dicembre del 1921 si sposano e, nel marzo del 1922, in quel di Bologna, danno alla luce il primogenito Pier Paolo. Il nomadismo militare li trascina in erranza continua e, in questa geografia instabile e precaria, nasce a Belluno, nel 1925, anche il secondogenito Guidalberto.
Il 31 ottobre del 1926 il tenente Pasolini è a Bologna fra gli addetti alla sicurezza di Mussolini, giunto nel capoluogo emiliano per inaugurare lo Stadio Littoriale, ora Dall’Ara. Al termine della cerimonia il quindicenne Anteo Zamboni spara un colpo di pistola che sfiora il bavero della giacca del Duce. Pasolini reagisce con prontezza, lo insegue, lo arresta. Si innesca un linciaggio quasi rituale, il ragazzo viene sottratto alla giustizia e selvaggiamente massacrato sul posto dalle milizie fasciste con quattordici coltellate.
Pier Paolo (4 anni) e Guido (1 anno), a casa, dormono o giocano, totalmente ignari del fatto che quel sangue versato in quel preciso istante si legherà indissolubilmente ai loro destini. È la psicogenealogia. Il gesto del padre legatosi al destino della vittima ha generando una sorta di fantasma psichico che, alla ricerca di un corpo su cui posarsi, si sfamerà dei suoi figli. È così che proprio sotto le arcate di quei portici bolognesi, che il padre ha percorso la sera del linciaggio, Pier Paolo deciderà, di far suonare il flauto al suo Edipo accecato.
Sugli spalti di quello stadio consumerà una passione travolgente per il calcio. Il fratello Guido, presa la via della Resistenza in Friuli, verrà massacrato, a soli diciannove anni, nell’eccidio di Porzûs del 1945. A trucidarlo gli stessi partigiani dell’opposta fazione comunista. La stessa furia cieca di un branco ideologizzato che si scaglia contro una giovane vita, sacrificandola negli angoli bui della Storia.
Mentre il figlio minore muore Pasolini padre è prigioniero in Kenya, dopo essere stato catturato dalle truppe britanniche. Quando farà ritorno a casa, alcolismo, debiti di gioco, sindrome paranoide lo accompagneranno sino alla morte. Pier Paolo rimasto solo con quella madre, il cui amore – diceva – «è la mia schiavitù», sceglierà gli abissi, sempre. Affronterà l’incredibile somma di ben 33 processi proprio come gli anni di quel Cristo la cui morte, fin da bambino, nei diari giovanili diceva di voler rivivere, sognando di essere condannato e ucciso innocente.
Verrà accontentato nella notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975, quando, con precisione simmetrica quasi spaventosa, a quarantanove anni esatti di distanza dal massacro di Anteo Zamboni e a soli due giorni dall’anniversario di quell’eccidio, verrà brutalmente ucciso all’Idroscalo di Ostia.
Di nuovo il branco, di nuovo un delitto poco chiaro. Dodici giorni dopo la sua morte, Oriana Fallaci gli dedicherà una straordinaria e straziante lettera nella quale gli scrive: «Cercavi il peccato per cercare la salvezza (…) che tanto più profondo è il peccato tanto più liberatrice è la salvezza. (…) Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo…e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che eri un uomo. Mi maltratterai ancora se dico che non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta?»




