La giraffa e lo sciacallo

Il passato non è innocente e la nostalgia diventa un’arma del presente

Riflessioni su «Cronorifugio» di Gospodinov, che sa bene cosa significa vivere dove la memoria ufficiale è stata manipolata
Silvia Valentini

Silvia Valentini

Commentatrice

Nell'edificio di «Cronorifugio» ogni piano riproduce fedelmente un decennio del Novecento
Nell'edificio di «Cronorifugio» ogni piano riproduce fedelmente un decennio del Novecento

E ritorno al mio adorato Gospodinov. Nel romanzo Cronorifugio (Voland 2021), vincitore dell’International Booker Prize nel 2023 e del Premio Strega Europeo nel 2021, l’autore ci presenta un imponente edificio ad ogni piano del quale si trova fedelmente riprodotto un decennio del Novecento.

Gli arredi, i giornali, gli odori, persino il cibo: tutto perfettamente ricostruito. Gaustìn, il geniale artefice l’ha pensato con l’obiettivo terapeutico di far sentire a casa i malati di Alzheimer. Presto però, questa bizzarra clinica del passato, diventa un luogo nel quale anche i sani ambiscono rifugiarsi, innescando un fenomeno epidemico di fuga dal presente fino ad un paradossale referendum europeo nel quale, ogni Stato membro, si troverà a dover scegliere in quale decennio del passato tornare a vivere.

Campagna elettorale feroce, partiti coalizzati attorno alla scelta delle decadi, nostalgie radicalizzate. Il presente si scolora, il passato riprende a brillare in maniera anomala, fino ad arrivare, nell’anno 2029, alla assurda ripresa dei combattimenti della Seconda guerra mondiale, con tanto di carri armati restaurati ed un milione e mezzo di comparse lungo il confine con la Polonia, sotto il proclama tautologico: «Ripetiamo questa guerra perché non si ripeta mai più!».

Pubblicato in Bulgaria nel 2020, il libro descrive quel meccanismo perverso e ricorrente nel quale il passato diventa improvvisamente combustibile del presente, la nostalgia programma politico e la memoria collettiva legittimazione di rinnovate azioni belliche. La storia si ripete, diceva Marx: la prima volta è tragedia, la seconda farsa. La terza, sembra ammonire il romanzo, referendum. Un’intuizione che fa eco alla diagnosi di Zygmunt Bauman nel suo: Retrotopia. Il passato rievocato, ripulito dal male e collettivizzato diventa pericoloso veicolo di un eterno ripetersi del dolore.

Gospodinov, con la sua pungente ironia, in un romanzo ricco, come sempre, di molteplici suggestioni, non attenua ma consapevolizza sulla inveterata tendenza dell’essere umano ad attraversare la storia inseguendo, senza alcun senso critico, i pifferai magici delle narrazioni collettive. La memoria individuale, per l’autore, è cura: il modo in cui un anziano malato recupera chi è stato e ricompone la propria identità attraverso i ricordi.

La memoria collettiva è, invece, un territorio ad altissimo rischio. Può sorgere da un lutto condiviso, da un’elaborazione comune ma può facilmente trasformarsi in un’identità di massa costruita sulla selezione di ciò che si vuole ricordare e sul deliberato oblio di tutto il resto. Gospodinov viene dalla Bulgaria e sa bene cosa significhi vivere in un paese la cui la memoria ufficiale è stata più volte manipolata e riscritta. Conosce bene la tentazione del cronorifugio e la fertilità eterna di certi terreni sui quali attecchiscono benissimo indistintamente tutti i totalitarismi.

Il romanzo non offre soluzioni ma ha il pregio di ricordarci che il passato non è mai innocente, può diventare un’ affascinante tentazione di fuga dal reale ma certamente non un rifugio sicuro anzi, nelle mani sbagliate può assumere la forma di un’arma letale puntata contro il presente. «Dove possiamo del resto vivere se non nei giorni?» dice Gaustìn. Il tempo è un’illusione, ci ricorda Eckhart Tolle, e ciò che percepiamo come prezioso è l’unico punto che ne è fuori: l’Adesso. Proteggiamolo rinunciando all’idea fanatica ed assurda di essere immortali.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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