Non so chi di voi abbia la mia stessa curiosa passione: cercare messaggi dell'universo dentro le pagine di libri aperti a caso, pescati alla rinfusa dai contenitori dei mercatini o scovati sulle bancarelle di brocantage. Ti lasci catturare da un'immagine di copertina, da un titolo, apri il libro dove capita, leggi qualche riga e aspetti di vedere se quelle parole hanno qualcosa da dirti. È un piccolo gioco, forse. O forse no. È così che, in questa strana estate di lentezza esausta, in un mercatino di Santarcangelo di Romagna, ho pescato (o lui ha pescato me) «Conversazioni con l'eternità. Il capolavoro dimenticato di Victor Hugo», autori Chambers ed Ebon, edizioni Crisalide.
«Preparatevi ad entrare in un universo completamente nuovo, promettono gli autori dalla quarta di copertina, ricolmo della grazia di Dio, stupefacente nelle sue rivelazioni e straziante nelle richieste che rivolge a tutti noi!». Lo apro. «Dove non c'è corpo non ci sono parole. Le parole sono costruite dalla realtà materiale e dalle parole si costruiscono le idee, ma l'infinito è privo di nome. Lo spazio è un'ombra che attraversa un abisso, il tempo è un abisso che attraversa un'ombra», sostiene lo spirito di Galileo ad un Hugo in esilio a Jersey.
Resto lì qualche secondo ed afferro il libro prima che finisca in altre mani. Scopro, dagli autori, la sorprendente storia che vede Victor Hugo venerato come un santo ed un profeta nel Caodaesimo (importante religione vietnamita) accanto a figure come Buddha, Confucio e Gesù. Sposto lo sguardo e poco più in là, ancora lui nell’ edizione Utet de Les Misérables. «Ci sono degli uomini che lavorano per estrarre l'oro: lui lavorava a estrarre la pietà. L'universale miseria era la sua miniera».«Si chinava su tutto ciò che geme e senza cercare di indovinare l'enigma, si studiava di curare la piaga».
Hugo sta descrivendo monsignor Bienvenu, il vescovo che apre il romanzo e che accoglierà Jean Valjean, cambiandone per sempre il destino. Bella l’immagine della pietà non come dono calato dall’altro su chi soffre ma come un qualcosa da cercare dentro la miniera del dolore, come se il dolore contenesse, in potenza, la materia della propria trasformazione. Così vero per noi che ci occupiamo di conflitti familiari. Non sempre sappiamo come una famiglia sia arrivata a spezzarsi ma ci chiniamo su ciò che geme, senza la pretesa di arrivare ad una spiegazione scavando nella miniera di ciò che è rimasto per trovare una soluzione. Non serve risolvere enigmi per prendersi cura della piaga.
«Il Vostro amatevi reciprocamente non è altro che ingenuità» sostiene un senatore rivolto a Bienvenu che risponde: «Se è una sciocchezza, voglio che l'anima vi si rinchiuda come una perla nell’ostrica». Come altro descrivere quello spazio fragile, quasi invisibile, nel quale oastinarsi a credere che qualcosa possa ancora trasformare il conflitto proprio come una perla nell'ostrica? Infine Hugo scrive: «Bienvenu guardava i problemi misteriosi «senza scrutarli, senza agitarli», con «un severo rispetto dell'ignoto, il cupo infinito che ogni uomo porta dentro di sé». Una delle definizioni più belle dell'equiprossimità del mediatore: la capacità di stare accanto senza pretendere di possedere la verità delle parti. Lascio il mercatino felicemente abbracciata ai miei due nuovi libri, la pesca miracolosa ha dato, ancora una volta, i suoi frutti.




