La giraffa e lo sciacallo

Pelle d’oca, quella inconsapevole maieutica della pace

Negli aesthetic chills, o brividi estetici, un varco attraverso il quale le emozioni si manifestano
Silvia Valentini

Silvia Valentini

Commentatrice

Pelle d'oca
Pelle d'oca

Qualche tempo fa, in mediazione, ho assistito a un improvviso e incontrollabile effetto speciale della comunicazione non verbale. Le hanno dato tanti nomi: alcuni poetici, come frisson o cute anserina; altri, come «orripilazione», che sembrano richiamare antiche torture. Banalmente, noi la conosciamo come «la pelle d’oca»: il derma che cambia, improvvisamente, texture, e si solleva in minuscole collinette, come se l’emozione interiore volesse scolpire la carne dall’interno.

Un effetto rubato alla paura, spesso offerto in dono alla bellezza, alla musica, all’amore. La velocità con la quale le braccia di uno dei due mediandi (non Vi rivelerò il sesso) hanno manifestato questo sussulto dell’anima, il resto del corpo immobile, avvolto nel silenzio della stanza, è stato il disvelarsi di una verità emotiva che chiedeva di venire a galla. Il corpo parlava prima ancora che la mente potesse elaborare l’emozione appena concepita.

Nella mediazione ognuno arriva con una storia già pronta, una narrazione rigida, difensiva, costruita, come dice un caro amico avvocato e filosofo: «per ancorarsi saldamente, dentro le mura di cinta di una fortezza costruita per una interminabile guerra di posizione, mura dalle quali, compenetrati con la posizione, incapaci di un movimento in avanti, si scruta l’altro». E il corpo a volte conferma questi arroccamenti, a volte li sconfessa.

Merleau-Ponty lo aveva intuito: la percezione corporea è il nostro primo modo di conoscere il mondo, ancor più primitivo della parola. Quella pelle d’oca, manifesta, portava a galla un frammento di verità che non poteva più essere ignorato. Ogni difesa razionale, immediatamente, passava in svantaggio consentendo il riconoscimento del dolore dell’altro. Il Kairòs: il tempo opportuno, il varco. Hartmut Rosa la chiamava «risonanza emotiva», il segnale che il conflitto cessava di essere distruzione per diventare relazione.

E quando quel brivido raggiunge il mediatore apre a quella che Edith Stein chiamava Einfühlung: l’empatia radicale, che non è pura comprensione ma un accogliere l’emozione dell’altro dentro di sé. Una bussola che risoluta indica che si è arrivati al punto giusto. E non è solo una metafora (e questo mi commuove ancora di più). Da anni gli studiosi indagano gli aesthetic chills, i brividi estetici: la risposta della pelle quando un coro entra all’improvviso in un brano di Bach, quando una persona amata ci guarda o ci sfiora, quando ascoltiamo parole desiderate.

Nel 2014 un gruppo di ricercatori coreani ha costruito un piccolo sensore, due centimetri per due, come un piccolissimo cerotto, capace di rilevare la pelle d’oca sul corpo. Un dettaglio quasi buffo, se non fosse la conferma che il brivido è misurabile, reale: la prova tangibile che qualcosa di vero è accaduto dentro di noi. Un varco attraverso il quale le emozioni si manifestano anticipando addirittura il pensiero ed abortendo ogni embrione di parola. Burke definiva il Sublime come: «quel misto di terrore e meraviglia che stringe il petto». Ecco, il conflitto umano a volte è anche questo e la pelle d’oca di quel momento ha miracolosamente segnato il passaggio dal terrore di un legame che si era spezzato alla meraviglia di ciò che di nuovo si annunciava. La pelle d’oca, il brivido: la maieutica inconsapevole della pace.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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