Non è incredibile pensare a quante intricate coincidenze si intersechino alla perfezione per condurre due persone a incontrarsi, inducendole in uno stato di alterazione psicotropa, per fortuna temporaneo, atto a farli innamorare? Quale grandiosa magia! E quale grandiosa trappola! Un punto di rottura fra un prima e un dopo e rispetto ad un mondo esterno che, improvvisamente, si annulla, zittisce e si scolora affinché solo l'amato o l'amata possano risplendere.
«Ora ha una voce e un sangue ogni cosa che vive!» afferma Cesare Pavese. «Sei la mia schiavitù e la mia libertà (…) Sei la mia patria (...), la mia nostalgia di saperti inaccessibile nel momento stesso in cui ti afferro» scrive Hikmet. «Un uomo in una donna, anzi un dio, per la sua bocca parla», grida Michelangelo nei sui famosi versi, «ond’io per ascoltarla son fatto tal, che mai più sarò mio. (…) fate c’a me stesso più non torni».
L’amore come epifania di noi stessi. «Sei mia, sei mio, sei la mia vita». «Senza di te non vivo». È l’unica lingua che l’amore parla da secoli. Per esprimere l’inevitabile bisogno vitale dell’altro. Una possessione naturale in cui si annida il pericolosissimo opposto: la perdita, la caduta, l’abbandono. Eventi che non possono essere indolori proprio perché è la nostra stessa identità che ci viene strappata e che dobbiamo ricostruire lasciati completamente soli come pezzi amputati e smarriti dentro a un universo pieno di ricordi e di possibilità perdute.
«Da quando ti ho persa», scrive D.H. Lawrence, «sono ossessionato dal silenzio: i suoni, le loro piccole ali, agitano un attimo, poi all’onda s’abbandonano dalla stanchezza, che dondola senza rumore (…) avverto il silenzio che aspetta di poter bere tutto ancora, nella sua estrema totalità, svuotando il rumore degli uomini».
Un’angoscia mortale. Un lutto terribile e paradossale per il fatto lugubre che la persona amata sia viva. Altrove, senza di noi perché ha scelto altro. È qui che, a volte, arriva, inevitabile, la rabbia. Contro chi ci ha abbandonato, lasciandoci soli dentro a quella promessa di eternità spezzata.
«Cosa avrei potuto fare per trattenerla?». La verità è che non si trattiene nessuno perché non si possiede nessuno. Ed è qui che l’amore incontra la prova più terribile che trasforma i più fragili in violenti assassini. Laddove la perdita diventa insopportabile il dolore abbraccia il possesso; il possesso il controllo; il controllo la violenza cieca e brutale che richiede come unico devastante illusorio sollievo l’annientamento dell’altro.
Ecco perché occorre avere il coraggio di denunciare sì, di proteggere, tanto, ma anche di guardare dentro all’amore e ai suoi meccanismi. Conoscere l’animo umano, le sue strade, la paura dell’abbandono, il bisogno di fusione, gli stili di attaccamento, i meccanismi del possesso. Ed insegnare, prima che sia troppo tardi, che amare non significa possedere. Che nessuno ci deve niente. Che «finché morte non vi separi» è solo una formula arcaica ormai dal suono quasi terrificante.
Dobbiamo insegnare ai bambini che si può essere lasciati e soffrire senza diventare distruttivi. Che un no non è un’offesa ma una libera scelta. Che la libertà dell’altro non diminuisce la nostra, anzi. Che il dolore non autorizza la vendetta e non dà diritti su nessuna vita. Che nessuno ci appartiene. Che il sole tornerà a splendere ed altri ci ameranno se sapremo far tesoro di quella bellezza che proprio quell’amore ci ha fatto conoscere.
Nasciamo tutti convinti di sapere amare ma l’amore è un’arte che va appresa a fatica e che ci trova sempre ridicoli principianti. Dare valore a ciò che è stato e a ciò che siamo diventati grazie ad esso: questa la consapevolezza del cammino. «È stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati» del resto cantava il saggio De André.




