Giovedì scorso vi ho lasciati nel bel mezzo di un processo per direttissima sulla spiaggia, una domanda e la promessa di una possibile risposta. Esistono strumenti con cui la giustizia di oggi può aiutare le coppie e, più in generale, tutti i confliggenti, ad attraversare una separazione senza trasformarla in una faida all’ultimo sangue, come quella di Totti e Blasi?
La risposta, per quanto meno spettacolare di screenshot bollenti, chat segrete, Rolex, mortadelle e amanti vari, è sì e passa attraverso due sentieri. Il primo implica uno sguardo attento alle dinamiche della coppia: non semplicemente un amore al capolinea ma due storie familiari (gli imprinting ricevuti nell’infanzia, le lealtà invisibili, i modelli educativi) che si incontrano e scontrano.
Il secondo passa da un’innovativa idea di giustizia: la cosiddetta giustizia consensuale, alla quale stanno lavorando autorevoli giuristi italiani riuniti nell’Asgic (Associazione per lo Studio della Giustizia Consensuale). La sentenza che «decide» (dal latino decidere: tagliare) e chiude il processo spesso non elimina il conflitto, soprattutto quello separativo. La giustizia costruita sulla logica della ragione e del torto, mostra, oggi, tutti i suoi limiti; il diritto, soprattutto quello delle Persone e della Famiglia, la sua vetustà.
Ubi societas, ibi ius, recita un celebre brocardo latino. Se la società cambia anche il diritto è chiamato a cambiare. È proprio questa la sfida della giustizia consensuale che mira ad aiutare le persone in conflitto ad individuare quel quid condiviso (che nasce dal ri-conoscimento di sé e dell’altro), per poi rivolgere loro una domanda tanto semplice quanto responsabilizzante: come pensate di comportarvi in futuro?
Un percorso che la mediazione familiare ha posto al centro della propria pratica fin dalle origini, diventando, quasi in silenzio, ab illo tempore – come osserva la giurista Silvana Dalla Bontà in un bellissimo saggio pubblicato su Mediares – l’incubatore del futuro della giustizia. «Ancor prima che si parlasse di giustizia consensuale», scrive, «i mediatori familiari avevano già compreso che il conflitto più arduo non stava dentro le questioni patrimoniali ma nelle relazioni e che la vera vittoria consisteva nell’interrompere quell’escalation che dalla tensione portava alla reciproca distruzione. La mediazione familiare ha saputo guardare a quell’involontario convitato di pietra, il figlio, che cresce tra le bombe della guerra giudiziaria combattuta dai propri genitori, comprendendo come proteggere la sua infanzia significasse impedire che il conflitto degli adulti diventasse l’eredità emotiva della generazione successiva».
Questa la strada che conduce alla giustizia del futuro. Non quella del diritto esercitato a tutti i costi, ma della comprensione delle reciproche ragioni; del dialogo che si riapre; della capacità di trasformare il dolore in responsabilità, il conflitto in consapevolezza e la rottura in una nuova forma di relazione.
E se è vero, che «in principio è la pace ed è responsabilità di ciascuno mantenerla» (così Dalla Bontà citando Tommaso Greco), ricucire le relazioni perché la fine di un amore non diventi l’inizio di una guerra favorisce quel «cammino di umanizzazione» di cui parlava Jacqueline Morineau. Forse la forma più alta di giustizia che possiamo immaginare.




