Nel bar di periferia, un uomo sta urlando contro il barista per un goccio di soia messo nel caffè al posto del latte. «Maleducato!», «Aggressivo!», sentenzia qualcuno. Guardo l’accusato. In lui non vedo solo rabbia: un tremore sottile agita le sue mani, il respiro è corto e il volto oppresso da un peso invisibile.
Mi chiedo: quante volte etichettiamo gli altri come se ogni singolo atteggiamento contenesse l’intera storia di chi lo manifesta? Eppure non siamo fotografie istantanee, ma il risultato di un viaggio che ci ha portati fin qui, racconta Nicola Pisani al microfono dell’Associazione Culturale Hayuta.
Riflettendo sul nostro essere geologia in movimento, Nicola ci paragona a vulcani all’interno dei quali convivono energie che, invece di essere espresse, abbiamo stipato nelle fibre del cuore oltre che nelle segrete del corpo. Questi moti «contengono emozioni trattenute, parole mai dette, sogni, desideri, paure e, proprio come accade nelle profondità della Terra, ciò che rimane compresso, continuando a generare pressione, prima o poi emergerà, travolgendo tutto.
Con il passare del tempo, tuttavia – continua il coach –, quegli stessi terreni apparentemente distrutti diventeranno i più fertili del pianeta». Del resto quante volte una crisi si è rivelata l’inizio di una rinascita, e quante altre ciò che abbiamo definito «perdita» ha reso la nostra esistenza più feconda?
Il monte di fuoco ci insegna che la trasformazione richiede tempo, calore, forza, ma soprattutto fiducia nell’intero processo. Cerchiamo quindi di evitare di appellarci con il nome delle nostre emozioni («Sono nervoso», «Sono triste») e osserviamo l’intera strada percorsa che ci ha plasmati nella fucina degli accadimenti e delle nostre scelte.
Quest’estate l’Etna ci ha regalato imponenti ruggiti scarlatti. Cosa abbiamo colto, in realtà? Ci siamo soffermati sulla temperatura che ha fuso le rocce, sulla trasformazione che ha generato il gas e sull’aumento della tensione nella camera magmatica che ha fatto cedere la crosta? O abbiamo visto l’esplosiva spettacolarità di un miscuglio incandescente di minerali?
Se abbiamo notato solo scintillanti fontane di lava, ci siamo scordati che la rabbia di quel tizio al bar, come il silenzio feroce di chi ci è accanto, è energia rimasta troppo a lungo repressa, parole inghiottite per quieto vivere, ansie accumulate che, quando lo spazio per respirare si è esaurito, sono esplose per impedirci di soffocare.
Sospendiamo quindi il giudizio e iniziamo a porci nuove domande: la colata lavica che talvolta ci abita, fotografa chi realmente siamo? Ci concentriamo solo su quanto la marea ardente ha distrutto, o possiamo esaminare anche il flusso degli eventi che l’ha preceduta? Non si tratta di annullare le colpe e nemmeno di giustificarle, ma di scoprire le cause. Perché senza conoscere le cause, brancoliamo nel mondo come cani randagi guidati solo dagli istinti.
Contempliamo il vulcano: anche noi, come lui, non siamo semplici sassi scagliati dal destino, ma memorie vive di un viaggio affascinante e faticoso: anime che, prima di condannare la pietra, dovrebbero avere il sacro coraggio di ascoltare la montagna. E il magma che le batte nel cuore.




