Arriva e basta. Non ti chiede il permesso. La giornata luccica, il lago è uno specchio di diamanti polverizzati. Eppure lei, la paura, è più forte di tutta questa bellezza. Ti raggiunge. Ti stringe nella sua morsa. È una vertigine senza nome che ti trascina giù, un peso sordo sul petto. Fuori tutto luccica, dentro qualcosa trema. È un tarlo. Ti spaventa. Ti consuma facendoti sentire piccolo, fragile, spaventosamente solo.
Ma oggi è il giorno. Hai deciso: non scappi. La affronti, la paura, perché hai compreso che può condizionarti solo finché non ti fermi per incontrarla. Eccola. Quel momento tanto temuto è arrivato. Lei è davanti a te. Cruda. Immobile. Beffarda. La osservi: «Cosa vuoi da me?» le chiedi.
Non risponde subito. Un silenzio solenne incombe, riempiendosi di echi e abissi di antiche memorie. I suoi lembi d’ombra sfiorano lo specchio d’acqua. Per anni hai creduto che il suo scopo fosse paralizzarti. Ma ora che il tempo è immobile e l’aria è densa come resina, ne scorgi la vera consistenza. Non è fatta di parole taglienti, la paura, né di solitudine, malattia e neppure tradimento. Non nasce dai giudizi che ti hanno tagliato in due e nemmeno dalle ingiustizie subite, ma dalle ragnatele, dai respiri trattenuti, dai non detti, dall’odore acre delle stanze d’infanzia rimaste troppo a lungo chiuse dietro porte che contenevano, peraltro, la chiave per uscire dal tuo mal di vivere.
Stai nel vortice. Ti gira la testa. Non opponi resistenza. La sua risposta ti sorprende: «Voglio solo che mi guardi» dice. Capisci, in un istante assoluto, che la paura è un disperato richiamo all’ascolto. Ti raggiunge quando corri troppo forte, quando dimentichi la fragilità del vetro di cui sei fatto. Viene a ricordarti che, per abitare la luce, devi anche saper stare nell’ombra; la paura non vuole rubarti il sole, ma insegnarti a respirarlo tutto, fino in fondo, senza l’ansia che possa finire. Niente finisce davvero. Nemmeno un sogno infranto. O un amore perduto. Il campo ne conserva la memoria. Come il tuo cuore.
E mentre continui a fissarla, il suo contorno sfuma. D’improvviso il tuo roteare si trasforma in un respiro profondo, un soffio che si dilata fino a riempire l’orizzonte del lago. La paura non è svanita nel nulla, ma il suo peso si è trasformato in un’ancora, un confine sacro che rende il mondo ancora più nitido e prezioso.
Allunghi la mano verso quella parte di te che tremava. La stringi. Hai bisogno di lei. Insieme siete forti. Vi sorridete. È un sorriso che profuma d’amore e perdono. È un lasciar andare i pesi. Un fondersi. Essere Uno. Me con me. Cammini verso la riva. Ad ogni passo comprendi che il buio non è il nemico della luce, ma la sua culla, che la paura smette di imbrigliarti solo quando la vivi davvero e che la rinascita ti aspetta nel punto esatto in cui molli il controllo.
Parole ancestrali sussurrano: «Ciò che provi quando hai paura è solo il guscio della tua forza che si rompe per lasciarti nascere (Gibran)». Il guscio si è rotto. Fa male. Tutte le rotture fanno male, ma se le acque, quel giorno, non si fossero rotte, tu non saresti qui con la tua nuova acqua e l’infinita voglia di scoprire chi sei. Oltre le tue paure. Nell’immensità.




