Italia e Estero

Ucraina, il viaggio del GdB nel limbo di chi aspetta al confine

A pochi metri dal confine con la Slovacchia l’angoscia di parenti e amici. Lo sforzo dei tanti volontari tra cui la bresciana Elisa
Controlli. La verifica dei documenti alla frontiera
Controlli. La verifica dei documenti alla frontiera
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Il racconto di Nuri Fatolahzadeh, giornalista del Giornale di Brescia, dai confini dell’Ucraina, dove diverse realtà bresciane stanno portando aiuti in questi giorni.

Il telefono squilla in continuazione, ma le conversazioni - tutte - durano sempre solo qualche secondo, il tempo di pronunciare una sola parola: «Nichoho», ovvero «niente». Olena non sa niente di suo figlio né di suo marito: il primo a combattere a Kiev, il secondo rimasto nella casa di famiglia per non lasciarlo solo e aiutare come serve. Niente. Niente da tre giorni. A un certo punto lo storytelling delle chiamate cambia: Olena inizia a parlare in francese. Riattacca e spiega: «È la mia testimone di nozze. È russa. Entrambe sappiamo il russo, ma lei per rispetto si rifiuta di parlarlo con me e allora comunichiamo in francese». Se si allarga il campo visivo, si vede che Olena non è sola. E con le notizie degli incessanti bombardamenti che corrono sui messaggi del cellulare, i volti sono talmente pallidi che paiono sfocati.

Corridoio di disperazione

A pochi metri dalla green zone c’è il «prato dell’attesa». Un confine dietro un confine, un corridoio di disperazione in cui l’angoscia sembra aver strappato via i colori. Anche qui si consumano le suole delle scarpe, a camminare nervosamente, tentando di saltare sulle punte per vedere meglio. Sono i famigliari, gli amici, i conoscenti. Attendono per ore, con l’angoscia di chi non sa se i loro cari ce l’hanno fatta oppure no. A sopravvivere innanzitutto, a raggiungere la Polonia poi.

Dietro il filo metallico della rete che impedisce loro di correre alla frontiera (o, come dicono loro, alla «barriera umana») si consuma il loro personale calvario. Un occhio al confine, un occhio al telefono dal quale non si separano mai. È, questa, la pena di chi si trova al sicuro. Quella del fiato sospeso, del cuore pesante, quella di chi non sa.

Al servizio dopo il lavoro

Dentro la green zone sembra di guardare un formicaio in azione: è la striscia di terra che collega tutto, il punto di contatto tra Ucraina e Polonia, tra la disperazione e la salvezza. A Dolhobyczów, così come a Uzhorod, c’è un via vai di volontari: oltre alle associazioni locali, c’è un esercito di persone che, smontato il turno di lavoro, si rimboccano le maniche ed entrano per tendere una mano e per rincuorare chi è in fuga. Tra loro c’è anche Elisa, 43enne di Brescia: «In Polonia è venuta a studiare, poi ha trovato l’amore ed è rimasta qui - racconta Kate, volontaria al fronte della disperazione -. Oggi Elisa non c’è, ha fatto il turno serale. Si occupa prevalentemente dei bambini: dà sempre loro una coperta termica e una bevanda calda e, se serve, li visita dato che è medico».

Assistenza e controlli

È qui, in questo fronte, che si consuma l’altra battaglia: da un lato il muro di civili in fuga, che spinge per entrare o per mettere in salvo i figli, mandati da soli dall’altra parte del confine; dall’altro lato il necessario rigore per poter fornire l’assistenza con i mezzi che si hanno a disposizione. Assistenza che, a malincuore, concede il passo della speranza a piccoli gruppi. Ci sono medici, infermieri, ci sono coperte, controlli dei documenti, l’accoglienza. E ci sono i racconti di chi arriva. Come Olga che ha portato i figli fino lì, per lasciarli poi al nonno che sta a Modena. No, lei non si mette in salvo, torna a Kharkiv. «Lì c’è l’assedio - spiega Kate -. Si fa fatica a trovare farmaci e medicinali, le sirene continuano a suonare, manca l’acqua, il cibo scarseggia e le scuole sono diventate ormai rifugi. La situazione è critica. L’Italia sta mandando un sacco di aiuti. Non sempre purtroppo questi riescono a raggiungere le zone più tormentate, Kiev e Mariupol soprattutto sono in difficoltà enorme, ma anche Kharkiv». Perché Olga non resta qui allora? «Non vuole: ha il marito arruolato e non intende spostarsi, è già stata dura convincerla a portare i bambini» conferma il nonno partito in auto per venire ad abbracciarli. Olga è la resistenza ucraina, quella che non lascia gioco facile a Vladimir Putin, quella che muore per la bandiera. «Così però hanno iniziato a sparare sui civili». E entrambi gli schieramenti hanno schierato ormai da giorni i cecchini.

La bambina con la chitarra

La bambina dai capelli biondi - Foto © www.giornaledibrescia.it
La bambina dai capelli biondi - Foto © www.giornaledibrescia.it

Una bimba - capelli biondissimi e sguardo basso, 11 anni al massimo - procede a passo lento, quasi controvoglia. È sola. Tra le mani stringe le bretelle della custodia della sua chitarra, unico bagaglio (oltre a una piccolissima sacca) che porta con sé e al quale quasi si avvinghia, gelosamente. Dall’altra parte della cancellata verde, ad attenderla c’è la nonna: l’abbraccio è lunghissimo e triste, ma basta per fare alzare la testa alla piccola che ora è al sicuro, in Polonia. Senza mamma e papà, ma con la chitarra che le ricorda la sua storia, le ricorda casa. Come quell’abbraccio con la nonna, in lacrime e piena di sospiri.

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