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Italia ed Estero

OLTRE I BUG

Perché l'app Immuni merita una seconda possibilità


Italia ed Estero
16 set 2020, 19:24
Per funzionare, Immuni richiede l'attivazione delle notifiche di esposizione - Foto Ansa/Luca Zennaro

Per funzionare, Immuni richiede l'attivazione delle notifiche di esposizione - Foto Ansa/Luca Zennaro

Tra gli italiani e Immuni non è stato colpo di fulmine. Per chi ci ha creduto fin da subito l’app per il tracciamento dei contagi, sviluppata dall’agenzia milanese Bending Spoons e scelta dal governo per contrastare il contagio da Covid-19, è disponibile gratuitamente e senza obbligo sugli store digitali a partire dallo scorso 15 giugno. Nelle prime 24 ore, Immuni è stata scaricata da mezzo milione di utenti: un buono sprint, che poi è rimasto incagliato nelle sabbie mobili della diffidenza dei cittadini e dei detrattori, che non sono mancati.

I dati più recenti a nostra disposizione e forniti dal Ministero della Salute registrano, al 10 settembre, 5,9 milioni di download, che corrispondono circa al 15% di possessori di smartphone in Italia (percentuale da cui sono esclusi i minori di 14 anni, non autorizzati a usare l’app). Un numero non esaltante, ma che è comunque figlio di un balzo di 500 mila utenti rispetto alla settimana precedente, mentre nei mesi di luglio e agosto l’aumento medio era sui 100-200 mila nuovi fruitori ogni sette giorni. A cosa sia dovuto questo colpo di reni è facile intuirlo: l’app Immuni è stata più volte raccomandata dal Comitato tecnico scientifico nelle linee guida per la riapertura della scuola.

La soglia dei download è ancora lontana da quella, molto discussa e poi ridimensionata, del fantomatico 60% indicato dai ricercatori della Oxford University come percentuale minima di adozione per poter considerare efficace l’app. Un livello che poi è stato ricalibrato da più parti: secondo gli esperti del sistema nazionale inglese il 40% sarebbe già sufficiente, mentre gli studiosi britannici hanno in seguito specificato che parecchi vantaggi sono registrabili anche dal 10% in su. Ad agosto, uno studio congiunto di Oxford e Google (che è ancora in fase di pre-print e dunque per ora scientificamente non validato) ha stimato che con un’adozione del 15% i contagi calano fino al 15%, per cui non è improbabile pensare che anche un basso indice di penetrazione possa dare risultati. In conclusione, resta in vigore la convinzione che più persone la scaricano meglio è, soprattutto in vista dell’autunno e di una recrudescenza del Sars-CoV-2 che potrebbe rivelarsi pericolosa.

L'app merita di essere scaricata, usata e aggiornata, non solo per una questione di senso civico, ma anche perché integrata con i test e la terapia resta - al di là dei problemi tecnici, alcuni risolti, altri in fase di studio - una potente arma di contenimento del contagio che l'Italia ha in dotazione.

I risultati di Immuni, finora
Dal 1° giugno (data in cui era partita la sperimentazione in Puglia, Abruzzo, Liguria e nelle Marche), sono 221 i cittadini che - una volta scoperto di essere stati contagiati dal coronavirus - hanno aggiornato lo stato di salute sull'app, inserendo i codici crittografati in collaborazione con la loro Ats e facendo di conseguenza partire la scansione anonima delle persone che avevano incontrato nelle due settimane precedenti.

La condizione di rischio è quella individuata dal governo, la quale stabilisce che un'esposizione al contagio può avvenire quando due persone stanno a contatto a meno di due metri per più di 15 minuti. Attraverso l’intensità del segnale Bluetooth Low Energy, l’app individua gli utenti che potrebbero essere stati contagiati e manda loro una notifica di esposizione, invitandoli a prendere le opportune precauzioni.

Le notifiche (che i tecnici di Immuni registrano dal 13 luglio) sono state 3.080 in totale, di cui 1.202 nei primi dieci giorni di settembre. Tra gli utenti allertati, 8 sono poi risultati positivi al tampone e dunque sono altrettanti i potenziali focolai bloccati sul nascere (la metà di questi sono successivi al 24 agosto).

Notifiche, bug e lavori in corso

In caso di esposizione al virus, Immuni manda una notifica così formulata: «Il giorno X sei stato vicino a un caso Covid-19 positivo». Di seguito, il messaggio invita a contattare immediatamente il medico di base e mettersi in isolamento per 14 giorni. Da agosto, per gli utenti Apple è stata introdotta la notifica «zero contatti», che una volta a settimana avvisa che non è stata registrata nessuna esposizione al virus. Un’attenzione in più che presto sarà disponibile anche per Android.

Proprio a proposito di Android, è notizia dei giorni scorsi l’esistenza di un bug che, per alcuni modelli dotati del sistema operativo di Google, ha bloccato i controlli di esposizione per parecchi giorni consecutivi. Come molti utenti hanno rilevato - anche se il Dipartimento per la trasformazione digitale del governo non può quantificarli per questioni di privacy - le verifiche sono restate ferme per molto tempo, lasciando quegli utenti non protetti. Secondo il governo, comunque, il numero di smartphone coinvolti sarebbe limitato. Come verificare che il vostro non sia fra questi? Nelle impostazioni dello smartphone Android (iPhone non dovrebbe avere problemi), cliccate su Servizi Google, poi su Notifiche di esposizione e infine su Controlli di esposizione. Qui, dopo la verifica della vostra identità, dovrebbero trovarsi le scansioni degli ultimi 14 giorni. Una delle anomalie, oltre al fatto che i controlli non sono sempre recenti, è anche che risultano essere tutti alla stessa ora. Nella gallery qui sotto, potete vedere i risultati della verifica fatta il 14 settembre su alcuni cellulari Android in uso in redazione: su 6 dispositivi, 5 avevano i controlli bloccati o vecchi (si tratta di Huawei, Samsung e LG) e uno li aveva recenti ma tutti al medesimo orario.

Il problema tecnico, che gli utenti avevano segnalato sulla piattaforma GitHub già a partire dal 20 giugno, sembra sia stato risolto nelle scorse ore attraverso il rilascio della versione di Immuni 1.4.0. L’invito a tutti gli utenti, dunque, è scaricare ogni aggiornamento dell’app ogni volta che è disponibile.

Già che ci siamo, ecco altre accortezze per far sì che Immuni funzioni al meglio: tenere il Bluetooth sempre acceso, aggiornato costantemente il sistema operativo e aprire l’app una volta al giorno. Quest’ultima attenzione, che parrebbe banale ma non si può certo definire comoda, è presto spiegata: per alcuni smartphone (non specificati) le notifiche restano bloccate se l’app resta chiusa per qualche giorno. Il problema, noto agli sviluppatori, è ancora in fase di risoluzione. In quanto a segnalazioni, determinanti in questa fase di perfezionamento, i cittadini possono rivolgersi tutti i giorni dalle 7 alle 22 al numero verde 800.91249


E Apple e Google?

Gli sviluppatori di Bending Spoons sono al lavoro con i due big del web perché, dopo il rilascio delle Api (interfacce di programmazione) che ha permesso di far dialogare tra loro cellulari con sistemi diversi, restano sul tavolo dei problemi da risolvere. Tra questi, come anticipato, il funzionamento dell’app in background e il rischio di falsi negativi. Secondo Agendadigitale.eu, i tecnici stanno «calibrando meglio l’algoritmo di rilevazione della distanza intervenendo sulla potenza del segnale Bluetooth e sui tempi di esposizione».

Apple (che lo ha già fatto con il rilascio beta di iOs 13.7) e Google hanno dichiarato che a breve integreranno le funzioni di tracciamento per far sì che l’esposizione venga registrata anche senza app. Questo significa che Immuni non servirà più? No, innanzitutto perché in una prima fase questo sarà disponibile solo nei Paesi senza app di tracing e poi perché i dati raccolti non sarebbero integrati con il sistema sanitario nazionale.

 

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