Non basta che un algoritmo funzioni. Perché l’intelligenza artificiale e la robotica possano trasformare davvero i processi produttivi, le persone devono fidarsi della tecnologia, comprenderne il funzionamento e imparare a integrarla nel proprio lavoro.
Il tema dell’accettabilità, una delle sfide meno visibili ma più decisive della nuova automazione industriale. A dirlo è Michele Bonfiglioli, ad di Bonfiglioli Consulting, società di ingegneria e consulenza industriale nata a Bologna nel 1973. «Se guardo alle aziende che incontro quotidianamente, realtà manifatturiere italiane medio-grandi, ma non solo, la prima cosa che noto è che l’interesse su questi temi è cresciuto molto - spiega Bonfiglioli -. Il confronto riguarda l’automazione della logistica, l’applicazione dell’AI ai processi produttivi e di supporto al manufacturing, fino alle prime sperimentazioni legate alla Physical AI. Il dato più interessante è che questo interesse sta uscendo dal perimetro delle sole aziende più strutturate. Anche imprese di dimensioni inferiori iniziano a interrogarsi sulle opportunità che queste tecnologie offrono».

In fabbrica bisogna accettare la tecnologia
Bonfiglioli evidenzia un aspetto che rischia di essere sottovalutato: l’accettabilità della tecnologia.
«Le persone devono fidarsi del sistema. Pensiamo alla manutenzione predittiva che suggerisce di sostituire un componente prima che si rompa. Un manutentore con 30 anni di esperienza può essere abituato ad ascoltare il rumore di una macchina, percepirne le vibrazioni e decidere sulla base di un patrimonio di conoscenza maturato negli anni. Improvvisamente un software gli dice che è il momento di intervenire. Tecnicamente può essere corretto. Organizzativamente, però, non è affatto banale».
Il manutentore verrà sostituito da un algoritmo?
«Il problema - prosegue l’ad - non è scegliere tra l’esperienza del manutentore e l’algoritmo. È costruire un nuovo modo di lavorare nel quale le due forme di conoscenza possano collaborare. È un cambiamento molto più profondo di quello tecnologico».
Questa evoluzione rende ancora più evidente il tema della flessibilità organizzativa. «Stiamo costruendo macchine capaci di adattarsi velocemente, ma non sempre le organizzazioni evolvono con la stessa rapidità. Produzione, manutenzione, engineering, IT, operations e qualità devono lavorare insieme con una frequenza e una profondità maggiori rispetto al passato. Quando i sistemi iniziano a raccogliere dati, elaborare informazioni e suggerire o assumere decisioni, le tradizionali separazioni tra funzioni diventano meno sostenibili».
Quale sarà il punto di arrivo?
Nessuno al momento sa esattamente quale sarà il punto di arrivo. Quello che mi sembra ragionevole aspettarsi è una collaborazione molto più spinta tra uomo e tecnologia. Le persone saranno sempre più abituate a interrogare software, utilizzare sistemi che elaborano grandi quantità di informazioni, collaborare con robot e affidarsi a sistemi logistici intelligenti. Secondo uno strudio il 40% delle competenze oggi utilizzate dai lavoratori sarà trasformato o diventerà obsoleto entro la fine del decennio. Il cambiamento non sarà una sottrazione di persone. Cambierà il modo in cui lavorano: più capacità di leggere dati, simulare scenari, prevenire problemi e prendere decisioni. Ma il tema è un altro: competenze e gestione del cambiamento, devono essere affrontare subito».




