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La «Phisical AI» e l’arte di riparare il cervello abbagliato

La storia recente, con l’avvento di Internet, non ci ha insegnato nulla: l’AI ed i suoi derivati vanno educati secondo principi pedagogici consolidati e condivisi
Giancarlo Turati - Presidente InnexHub
La Phisical AI è oggi sulla cresta dell'onda
La Phisical AI è oggi sulla cresta dell'onda

Viviamo un tempo complesso, alla cui complessità abbiamo molto contribuito. Ci dicono che è il tempo dell’AI, anche se l’AI è già superata, dicono i ben informati. Ora sulla cresta dell’onda ci sta la Phisical AI. Questo termine 6 mesi orsono era conosciuto da pochi ricercatori ed esploratori del mondo AI.

Oggi se non ne parli sei già arretrato, se poi parli di LLM sei addirittura superato: miracoli del marketing e della comunicazione. Lo abbiamo già vissuto un passato come questo, ma forse ce ne siamo dimenticati.

Quando arrivò Internet, qualcuno lo ricorderà, sono nate agenzie che studiavano le aziende per consigliare i migliori strumenti di comunicazione attraverso i siti, nacquero provider che fornivano connettività. Ora cosa è rimasto? Poi ci fu il Metaverso e qui altro giro altro regalo, ci fu la corsa a farsi il proprio avatar. Anche questo ormai è in soffitta. Ora abbiamo l’intelligenza artificiale che ha messo in crisi mezzo mondo, tutti abbiamo scoperto quanto sia facile fare cose che fino a ieri non sapevamo fare, quanto sia gratificante chiedere al sistema in linguaggio «umano» di fare operazioni, scrivere istruzioni, leggere mail, costruire tabelle excell. Fantastico. Ma da qualche parte nel globo terracqueo qualcuno inizia a domandarsi se tutti i miliardi investiti, in qualche modo generino dei ritorni.

Lo strapotere di 5 big tech

A dire il vero un ritorno, senza ritorno, lo hanno già generato, nel senso che 5 aziende al mondo possiedono la conoscenza di tre quarti del mondo e queste aziende rispondono ad un unico governo, non ad un ente terzo superiore. Per conoscenza intendo tutto: dati di bilancio, dati di prodotto, normative, sentenze, ricerche, studi, libri, abitudini, costumi... L’Europa tardivamente si è accorta e ora la sovranità del dato è argomento di discussione, tra noi, perché a chi i dati li ha già la cosa non interessa.

Ma veniamo alla Phisical AI, almeno su questo versante l’esperienza testé passata ci potrebbe indicare una strada accorta per riparare il nostro cervello abbagliato. Prima di tutto le informazioni da e per i Robot dovrebbero essere segregate all’interno di sistemi chiusi e protetti.

Provate ad immaginare se qualcuno attivasse una backdor a bordo di umanoidi o quadrupedi utilizzati per controllo del traffico o sicurezza? Provate ad immaginare se attraverso il sistema di supervisione attivato dal costruttore «per assistenza» un bel giorno questi umanodi, prodotti da poche fabbriche al mondo decidessero di non ubbidire più al loro proprietario ma al loro «creatore» in stile blade runner. Non è fantascienza è attualmente sperimentazione e analisi di fattibilità e non mi spingo oltre. Questo per dire che umanizzare l’AI e i suoi derivati potrebbe voler dire di attivare un vero e proprio processo educativo, non si parla di «addestrare» ma di educare secondo principi pedagogici consolidati e condivisi, valori etici di riferimento non solo per la macchina ma per chi la governa e la utilizza.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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