La plastica è come la frutta, ogni sua forma è diversa dall’altra. Ecco perché, così come si può essere allergici alla mela ma non al melone, un prodotto plastico può essere più o meno problematico a seconda delle sue caratteristiche e della sua composizione.
Gli studi su questo materiale affondano le loro radici nella seconda metà dell’800, mentre la prima resina di origine sintetica – la Bakelite – venne brevettata nel 1910. Eppure delle plastiche ancora non si sa tutto, soprattutto quando le loro dimensioni si fanno piccolissime, comprese tra 1 micrometro e 1 millimetro (microplastiche, fino a 5 mm la frazione più grande) o inferiori a 1 micrometro (nanoplastiche). «Il viaggio della plastica nell’ambiente comincia quando un oggetto viene disperso, per esempio per un comportamento scorretto o per un mancato smaltimento: da quel momento però la plastica non scompare e la sua storia non finisce» spiega Stefania Federici, docente di Fondamenti chimici delle tecnologie all’Università degli Studi di Brescia e relatrice della lezione aperta «L’invasione silenziosa», che si terrà giovedì 24 settembre alle 18.30 alle Cantine Guido Berlucchi di Corte Franca (piazza Duranti 4) nell'ambito del Nanochemistry Camp promosso da UniBs, Università Cattolica e Fondazione I.s.e.o..

Parlava di un viaggio della plastica.
«Certo, perché una volta nell’ambiente inizia una serie di trasformazioni dovute all’azione della luce solare, degli agenti atmosferici, dell’usura meccanica: così il materiale si indebolisce e si frammenta in pezzi sempre più piccoli. Questa è l’origine delle microplastiche e delle nanoplastiche. Una volta che tali frammenti entrano negli ecosistemi iniziano a interagire con ciò che li circonda, che sia con l’acqua, la vegetazione o gli organismi animali, perché nulla scompare ma si trasforma».
Si sa molto quindi sulle microplastiche.
«Sì e no. Esistono ormai moltissimi studi di monitoraggio. Conosciamo invece meno di alcuni aspetti legati alla quantità complessiva presente e soprattutto dei potenziali effetti. Ma su un punto la comunità scientifica è sostanzialmente concorde: le microplastiche sono ubiquitarie. Nei campionamenti vengono trovate praticamente in ogni luogo della Terra, dai ghiacciai ai laghi, dai terreni fino ai fondali oceanici».
Parlava dei loro effetti, uno degli argomenti che preoccupano di più le persone.
«La domanda che in effetti si pone la gente è se queste particelle siano dannose o meno, se siano pericolose per la salute. La risposta ad oggi è che non lo sappiamo ancora con certezza: i dati dei tanti gruppi di studio sul tema sono contrastanti e non tutte le ricerche portano alla stessa risposta. L’obiettivo di noi scienziati è quindi riuscire a capire come uniformare queste risposte, per fornire basi valide, condivise e definitive alla società e al legislatore».
La scienza quindi, come è nella sua natura, non ha tutte le risposte.
«No, a differenza del sentire comune. E soprattutto su temi che possono essere discussi da tutti, proprio come le microplastiche, è facile fare malainformazione. Sia ben chiaro, la plastica non è il male, anzi. Con essa possiamo conservare i cibi al riparo da muffe e batteri, possiamo portare l’acqua laddove serve, possiamo salvare vite con strumentazioni mediche. Il problema semmai è la sua gestione».
Bisogna quindi sfatare delle credenze comuni, ora molto ben radicate.
«Lo ripeto, non sappiamo ancora se le microplastiche siano o meno dannose. Ecco perché è fondamentale continuare a studiarle e a conoscerle, soprattutto quando si ha a che fare con la plastica. Si tratta infatti di un oggetto di studio complicato, non di un elemento della tavola periodica ma di un universo di materiali. Di certo però non è né il male assoluto né la soluzione a tutti i nostri problemi».
Per semplificare: nessun allarmismo ma neanche minimizzazioni.
«Pensi che un articolo del Guardian sulle microplastiche, nel quale si evidenziava come siano in grado di infiltrare anche il cervello umano, ha creato un shock nel nostro mondo. Questo perché tra smentite e conferme la tematica si è polarizzata. Ma qui non parliamo di estremi, parliamo di scienza e della necessità, mi permetta di ripeterlo ancora una volta, di capire quali sono i loro reali effetti. Solo studiando e facendo ricerca potremo fornire alle persone le risposte che si aspettano».





