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Medicina, il cerotto di «nanoaghi» del salodiano Ciro Chiappini

Il professore insegna al King’s College di Londra: il suo team ha pubblicato un articolo su Nature dove si propone una nuova nanotecnologia per ottenere delle biopsie «invisibili»
Niccolò Rizzardi
Ciro Chiappini, originario di Salò
Ciro Chiappini, originario di Salò

La ricerca nel campo delle nanotecnologie applicate alla medicina apre nuove frontiere nella diagnosi precoce e nella cura delle malattie. Un contributo a questo processo d’innovazione è arrivato da Ciro Chiappini, salodiano d’origine, titolare di un dottorato conseguito all’Università del Texas e, attualmente, professore associato di Nanomateriali e Interfacce biologiche al King’s College di Londra.

Dott. Chiappini, il team da lei guidato alcune settimane fa ha pubblicato sulla rivista Nature Nanotechnology i risultati di una ricerca sull’impiego di nanotecnologie in campo medico. Ce ne può descrivere i risultati?

Abbiamo messo a punto un sistema basato su una sorta di «cerotto» di nanoaghi da applicare sulle lesioni per ottenere delle biopsie «invisibili» di un tessuto, senza necessità di doverlo asportare come solitamente avviene nelle biopsie tradizionali, molto invasive per i pazienti. Il vantaggio del sistema è quindi duplice: da un lato sarà possibile fare più esami, migliorando lo screening; dall’altro, entrando nel campo della medicina personalizzata, sarà possibile ottenere informazioni molecolari specifiche del paziente, monitorando la risposta ad una determinata terapia. Con questo sistema sarà anche possibile analizzare lesioni considerate a basso rischio che – solitamente – non vengono indagate tramite biopsia.

Sarà anche possibile raccogliere grandi quantità di dati sull’evoluzione delle specifiche malattie?

Assolutamente. Oggi le biopsie su un tessuto, che solitamente vengono fatte a distanza di alcune settimane, forniscono semplici fotografie della situazione. Con il nostro sistema sarà possibile invece ottenere un’informazione longitudinale – un «filmato» – del profilo molecolare della lesione, mappato sia nello spazio che nel tempo, che fornirà moltissime informazioni sul progredire della malattia stessa.

Qual è l’applicazione pratica di questo sistema?

Innanzitutto, in termini di monitoraggio, noi pensiamo ad una serie di lesioni superficiali ed accessibili: i tumori del cavo orale o del tratto gastrointestinale superiore, ad esempio, o le lesioni della pelle. In secondo luogo, abbiamo testato l’uso del sistema durante le fasi operatorie per specifici tumori del cervello: è possibile ottenere informazioni molecolari durante l’intervento, supportando il neurochirurgo nella scelta di cosa asportare o meno, riducendo il rischio di deficit cognitivi o motori.

Questa ricerca è stata condotta al King’s College di Londra. Per lei lasciare l’Italia è stata una scelta o una necessità?

Per quanto mi riguarda è stata una scelta. In Italia c’è una significativa eccellenza in campo biomedico, soprattutto in Lombardia. Ho scelto però di andare all’estero perché ritengo che sia essenziale, per uno scienziato, avere un continuo scambio di informazioni e di muoversi per acquisire modi di lavorare diversi e conoscenze diverse, con l’obiettivo di crescere. Certamente anche in Italia la ricerca è possibile, ma la quantità di fondi a disposizione è più limitata. In Italia c’è spesso molta enfasi sulla cosiddetta «fuga dei cervelli». Secondo me il fatto che un ricercatore voglia andare all’estero è un bene; dovremmo però preoccuparci del fatto che il sistema non è attrattivo, focalizzandosi su come fare ad attirare eccellenze internazionali, italiane o meno.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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