Cer: comunità, transizione energetica e benefici locali
Stiamo camminando in Piazza Navona a Roma e il nostro sguardo si volge verso il marmo bianco della Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini. Venne commissionata da papa Innocenzo X ed inaugurata sabato 12 giugno 1651. Da allora l’acqua arriva alla piazza percorrendo un viaggio millenario, attraverso l’antico acquedotto Aqua Virgo, un capolavoro di ingegneria romana ancora incredibilmente funzionante, seppure restaurato ed integrato. L’acquedotto è l’emblema di un sistema di distribuzione centralizzato: una fonte lontana, una grande condotta che distribuisce la risorsa a tutti. Sia che l’acqua scarseggi, sia che il suo prezzo aumenti, gli utenti finali dipendono dal «grande acquedotto».
Supponiamo ora che molti individui decidano di costruire a casa propria un pozzo e decidano di scambiare la propria acqua all’interno di una comunità di persone (e istituzioni): una volta consumata la quantità di cui ciascuno necessita, la parte eccedente può essere immessa nell’acquedotto affinché altri ne possano beneficiare. La nuova rete locale si integra al «grande acquedotto» ed introduce una maggiore flessibilità. Quello che succede è che cambia la natura e la struttura dello scambio generando interessanti benefici ed alcuni costi.
Elettricità
Per analogia, anche il sistema elettrico è stato, fino a qualche anno fa, totalmente centralizzato: una grande rete nazionale, alimentata da centrali spesso distanti, talvolta non sempre sostenibili.
Accendiamo una luce, ricarichiamo il telefono, e l’energia che arriva si muove come un flusso di acqua nella rete, non sapendo, in linea di massima, se quell’elettricità provenga da un pannello solare o da una centrale a carbone. Le Comunità Energetiche Rinnovabili (Cer) rappresentano la rete locale dei nuovi «pozzi»: alcuni agenti economici – cittadini, piccole imprese, enti locali, associazioni – si uniscono per produrre, consumare e condividere l’energia prodotta da fonti rinnovabili (principalmente fotovoltaico, eolico, ma non solo). In tale contesto sono nati nuovi «attori» economici denominati «prosumer», dalla crasi inglese di «producer» (produttore) e «consumer» (consumatore). Tutto ciò è poi disciplinato in un quadro normativo nazionale che definisce criteri organizzativi ed economici, tra cui gli incentivi statali per le Cer. Il disegno più ampio è rappresentato dall’obiettivo europeo «Net Zero Emission» per il 2050: per poter perseguire uno sviluppo più sostenibile, con minori emissioni di CO2, è assolutamente necessaria la transizione da fonti fossili a rinnovabili, cioè la transizione energetica.
Cer
Le Cer sono un fondamentale strumento per questa transizione. Esse infatti favoriscono lo sviluppo degli impianti rinnovabili e, nel contempo, fanno in modo che il consumatore abbia una maggiore consapevolezza dei propri consumi, dato che controlla i propri flussi e gli scambi energetici. Nel contempo gli investimenti nelle Cer sono risorse che rimangono maggiormente nella comunità, alimentando l’economia locale. La produzione distribuita evita inoltre la costruzione di grandi infrastrutture impattanti. La struttura della comunità promuove anche la collaborazione, il senso di appartenenza, ed inclusione, favorendo l’aspetto sociale della sostenibilità, talvolta anche aiutando a ridurre la povertà energetica. È infatti previsto che tra i membri delle Cer ci possano essere anche i clienti «vulnerabili e le famiglie a basso reddito». Talvolta vengono anche sviluppati dei progetti esplicitamente votati alla riduzione delle diseguaglianze.
Analisi
Tra i vari benefici, la distribuzione locale può ridurre la dispersione di energia dovuta a lunghe percorrenze di distribuzione e che, generalmente, ammonta a circa il 6% del totale. Il quadro in ogni caso è complesso: il sistema elettrico è un sistema a rete che deve mantenere un bilanciamento costante tra la quantità di energia immessa e prelevata in ciascun nodo.
Le Cer introducono flessibilità sul lato della domanda (con l’autoconsumo), ma introducono un comportamento ondivago sul lato della offerta. Infatti da un lato le Cer utilizzano più fonti di produzione e quindi aumentano la variabilità ed anche la quantità di produzione, dall’altro si basano su risorse che sono intrinsecamente poco flessibili: il sole produce solo in alcune fasce orarie, l’eolico invece produce in maniera altamente intermittente. Le Cer possono quindi generare picchi di domanda e di offerta che vanno controllati e gestiti, attraverso la integrazione con il «grande acquedotto». E tutto ciò ha effetti sui prezzi che si riducono quando si ha un eccesso di offerta, ma che possono aumentare notevolmente quando si ha un picco di domanda non coperto dalle rinnovabili.
Oltre a ciò l’eccesso di offerta può generare instabilità nella gestione della rete, causando costi ed inefficienze. Per ovviare a ciò servono investimenti: di potenziamento della rete per evitare black-out e nelle batterie per migliorare la gestione interna delle Cer.
Conoscere
Un ulteriore argomento su cui si sta sviluppando la letteratura economica è legato alla informazione: gestire una Cer implica anche conoscere consumi e produzione degli utenti, significa cioè avere informazioni sul profilo degli agenti. Tutto ciò ha un valore. Come può essere gestito e tutelato? È un tema molto ampio di cui si sta dibattendo ma, in ogni caso, fra i vari strumenti che gli individui hanno per combattere il cambiamento climatico e per favorire la transizione energetica, le Cer sembrano essere fra i più efficaci, in grado di modificare la nostra economia e società. Il futuro potrà quindi mostrare Piazza Navona all’interno di un sistema integrato di nuovi «pozzi».
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