Tecnologie e strumenti finanziari: la guerra torna a «contare» in Europa

Tutto è cambiato. La guerra in Ucraina ha radicalmente mutato prospettive e idee dell’Europa in tema di difesa. Se la creazione di un esercito comune rimane un’utopia di fondo, la Commissione europea ha messo nero su bianco quali sono i suoi obiettivi da qui al 2030: trasformare il proprio settore industriale con una strategia che intreccia capacità militari, innovazione tecnologica e nuovi strumenti finanziari.
Il tutto per superare anni di frammentazione e bassi investimenti. Questo sforzo, che si inserisce in un più ampio orizzonte dove gli Usa a guida Trump hanno chiesto – e ottenuto – ai Paesi Nato un aumento di spesa per la difesa al 2% del Pil (e del 5% entro il 2035), trova concretezza nel Libro bianco «Readiness 2030». Chiamato anche con un termine che non poco ha fatto discutere, «ReArm Eu», il piano è stato presentato a marzo 2025 e pone al centro della trasformazione l’innovazione tecnologica.
Quattro aree
La Commissione ha a tal fine individuato quattro aree prioritarie. Si parte dall’intelligenza artificiale, utilizzata per comando e controllo, analisi dei dati e sistemi autonomi. Poi quantum technologies, con sensori e comunicazioni crittografiche a prova di intercettazione; spazio, dalle costellazioni satellitari all’osservazione terrestre integrata nei sistemi militari; cyber defence, centrale in panorami di guerra ibrida sempre più diffusi. L’esperienza ucraina, con largo uso di droni, software adattivi, sistemi modulari e interoperabilità veloce, «dimostra che la superiorità sul campo dipende dalla capacità di aggiornare, testare e produrre su larga scala in tempi rapidissimi» si legge nel piano.
Gli strumenti
Per sostenere questa «rivoluzione industriale» Bruxelles ha deciso di mettere in campo un pacchetto finanziario senza precedenti che potrebbe mobilitare oltre 800 miliardi di euro. Il cuore dell’operazione è Safe–Security action for Europe, strumento da 150 miliardi in prestiti garantiti dal bilancio Ue per finanziare acquisti congiunti di equipaggiamenti prodotti in Europa e per rafforzare la capacità produttiva dell’industria della difesa. I prestiti avranno durata fino a 45 anni e includeranno una clausola di «preferenza europea» per la filiera interna.
Accanto a Safe, centrale è la clausola di salvaguardia nazionale del Patto di stabilità: gli Stati membri potranno aumentare la spesa per la difesa fino all’1,5% del Pil per quattro anni, liberando circa 650 miliardi di investimenti aggiuntivi. Una leva fiscale considerata essenziale ma che, avvertono gli analisti, rischia di ampliare le divergenze tra Paesi con margini di bilancio diversi. A queste misure si aggiunge un uso più flessibile dei fondi di coesione, la crescente apertura della Banca europea per gli investimenti verso progetti «dual use» (civile e militare), e il tentativo di mobilitare capitali privati attraverso la futura Savings & investments union.
Parlamento
A fronte di un tale progetto, che ha riportato la guerra in Europa non solo nel dibattito ma anche nei piani finanziari, le posizioni politiche non potevano che essere le più diverse, tra favorevoli e contrari, falchi e colombe. In questo senso uno spunto mediano arriva dal Parlamento europeo, che questa settimana ha approvato l’accordo raggiunto con la presidenza danese del Consiglio sull’aumento dei finanziamenti per gli investimenti legati alla difesa, modificando i programmi Ue esistenti.
Nei mesi scorsi alcune osservazioni avevano lamentato la mancanza di una governance democratica del sistema difesa, con un ricorrente uso dell’articolo 122 Tfeu che esclude l’Eurocamera dal processo decisionale. Inoltre «l’aumento delle spese militari» non deve comprimere investimenti in transizione verde, per continuare a fare del Green Deal la vera leva di sviluppo continentale.
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