Ucraina senza opzioni: decide tutto la situazione sul terreno

È difficile comprendere alcuni passaggi fondamentali delle bozze di accordo, sia quella russo-statunitense, sia quella rilanciata dalla UE, per tentare di porre fine al conflitto in Ucraina senza tenere conto della realtà sul campo, delineatasi con sempre maggiore drammaticità nel 2025.
Non c’è, oggi, alcuna possibilità per le forze armate di Kiev di riprendere i territori occupati dai russi nelle quattro regioni di Kherson, Donetsk, Luhansk e Zaporizhzhia: sono drammaticamente a corto di soldati, soprattutto di quelli specializzati, sia per le perdite subite, sia per il milione di maschi riparati all’estero in questi tre anni, sia per il rateo sempre più sensibile di diserzioni e tentativi di sottrarsi all’arruolamento.
Anche la teoricamente possibile mobilitazione generale per tutti i giovani dai 18 anni in su, sarebbe tardiva (non ci sarebbero infatti tempo e risorse per equipaggiarli e addestrarli) e, soprattutto, male si attaglierebbe come decisione a un governo segnato dagli scandali e in grave crisi di consenso.
E qui si innesta uno dei punti su cui Mosca insiste: la limitazione del futuro esercito ucraino a «soli» seicentomila soldati: numero che sembra di tutto rispetto (sono infatti più di quelli di Francia, Germania, Italia e Gran Bretagna messi assieme) ma è insufficiente rapportato alla necessità di presidiare un confine di quasi milleduecento km con la Russia (senza contare la Bielorussia).
Congelando il conflitto sull’attuale linea di contato, altro punto critico è la richiesta (russa) di smilitarizzare la parte del Donetsk ancora in mano ucraina, da dove le forze di Kiev dovrebbero ritirarsi: quest’area, in cui sorgono le due grandi città di Sloviansk e Kramatorsk, è infatti quella che dal 2014 è stata maggiormente fortificata. Abbandonarla e ritirarsi al di là della linea di confine regionale significherebbe per gli ucraini doversi attestare in un indifendibile vasto territorio aperto e pianeggiante, privo di insediamenti urbani, né tantomeno fortificato.
Congelare i combattimenti allo stato attuale pare invece più «conveniente» per Kiev nella zona di Zaporizhzhia, dove l’armata russa è ormai penetrata aggirando da Est la robusta linea di difesa concepita rivolta a Sud (contrapposta cioè a quella «linea Surovikin» russa contro cui si infranse la troppo annunciata «controffensiva» ucraina che a fine 2023 segnò l’inversione di tendenza del conflitto).
Russia’s war against Ukraine hasn’t ended yet – every day, Russia kills our people on the front lines and attacks our cities and energy infrastructure. So, while diplomatic efforts to end this war continue, it is crucial that our partners don’t forget that Ukraine still needs… pic.twitter.com/pdYlHOoUBB
— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) November 25, 2025
Altro punto nevralgico sono le «garanzie» che sarebbero offerte a Kiev contro future aggressioni russe: la formulazione della bozza è contraddittoria, perché prevede una sorta di clausola di salvaguardia «stile art. 5» della Nato ma al tempo stesso l’impossibilità per l’Ucraina di entrare nell’Alleanza.
Inoltre la decadenza dalle stesse garanzie in caso di violazioni dell’intesa è concetto ad altissimo rischio: Mosca, infatti, potrebbe facilmente architettare un casus belli anche solo denunciando sconfinamenti di falsi soldati ucraini-neo russi (come per anni ha infiltrato migliaia di «volontari» nel Donbass, i famosi «little green men», gli omini verdi che non erano altro che militari russi senza insegne sulle uniformi). Straniante poi, con tutte le conseguenze che implicherà in prospettiva, è il costante riferimento a Nato e USA come attori diversi, quasi che Washington non fosse il maggior azionista dell’Alleanza.

Quel che è certo è che per l’Ucraina oggi le prospettive sono fosche: potrebbe scegliere di continuare a combattere (e sinora lo ha fatto al di là di ogni previsione, valorosamente e con grandissimi sacrifici) magari sino alla prossima estate: ma Mosca, anche se economicamente non potrà reggere all’infinito questa guerra, ha risorse e forze assai più ampie. Kiev rischierebbe perciò di perdere fette di territorio ancora più importanti e, nel malaugurato caso di un crollo del fronte, persino Odessa, città simbolo e soprattutto unico sbocco sul mare.
Al di là di qualche velleitario proclama, l’Europa non scenderà certo sul terreno e per ora non può aiutare sul campo Kiev più di così. Basti pensare che Macron ha promesso di fornire a Zelensky seicento bombe guidate d’aereo ad alta precisione: i russi, dall’inizio dell’anno, hanno sganciato dai loro Sukhoi oltre trentamila ordigni plananti da mezza e una tonnellata.
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