«Great Resignation», «Quiet Quitting», «bornout», «shadow workloads». La storia del lavoro negli ultimi 15 anni segue i binari di una serie di parole anglofone che nel corso del tempo hanno iniziato a scandire la quotidianità delle giornate lavorative e che si sono progressivamente fatte spazio nel dibattito pubblico.
L’Italia, storicamente ancorata al mito del «posto fisso» e a dinamiche occupazionali rigide, non è rimasta immune. Anzi, nel nostro Paese si è consumata una transizione profonda: dall'ondata iniziale della Great Resignation (le grandi dimissioni) all'radicamento del Quiet Quitting (il disimpegno silenzioso), fino alle tendenze più recenti del mercato, dove l'insoddisfazione e l'inflazione spingono verso una nuova fase psicologica definita dagli analisti Great Detachment.
Nata negli Stati Uniti, la Great Resignation ha trovato terreno fertile in Italia a partire dal biennio 2021-2022, per poi consolidarsi come un vero e proprio cambiamento culturale. Secondo i dati del Ministero del Lavoro, l'Italia ha registrato una media di circa due milioni di dimissioni volontarie all'anno. Non si è trattato di una crisi occupazionale, ma di una transizione guidata dal lavoratore. Ancora una volta è stata la pandemia a funzionare da acceleratore esistenziale: le persone hanno iniziato a dare priorità al proprio benessere psicofisico e alla ricerca di un migliore equilibrio tra vita privata e professionale (work-life balance).
Ambienti di lavoro tossici, salari stagnanti a fronte dell'inflazione e la richiesta di maggiore flessibilità (come lo smart working) hanno spinto milioni di italiani a rassegnare le dimissioni, spesso ancor prima di avere in mano un'altra offerta. Eppure secondo il Politecnico di Milano la quota di chi si è pentito del cambio di lavoro (Great Regret) ha toccato il 56% nel 2024, per poi ridursi nettamente intorno al 20% grazie a scelte di carriera più oculate e stabili.
Scelta deliberata
Se la Great Resignation rappresenta l'abbandono fisico del posto di lavoro, il Quiet Quitting ne è l'equivalente psicologico. Tradotto letteralmente come «dimissioni silenziose», il fenomeno non indica il licenziamento, ma la scelta deliberata di fare lo stretto indispensabile previsto dal contratto. Chi adotta questa filosofia, soprattutto tra GenZ e Millennials, rifiuta categoricamente la cultura dell'iperproduttività e degli straordinari non pagati. Niente email lette nel weekend, nessun carico di responsabilità extra senza un adeguato riconoscimento economico o di carriera.
Le ricerche stimano che la percentuale di lavoratori italiani stabilmente identificabili come Quiet Quitter si attesti ben oltre il 12-14% della forza lavoro, con picchi di disconnessione mentale molto più elevati emersi nei sondaggi globali. Si tratta spesso di una strategia di difesa per evitare il burnout (l'esaurimento da stress lavorativo) in contesti che non valorizzano il merito o le competenze.
E a questo proposito una recente ricerca ha acceso i riflettori su un fenomeno sempre più diffuso tra i professionisti italiani: l’aumento dei cosiddetti «shadow workloads», ovvero carichi di lavoro aggiuntivi non formalizzati e spesso non riconosciuti. Secondo lo studio ben l’81% dei lavoratori ha visto le proprie responsabilità espandersi in modo informale negli ultimi 12 mesi, senza che ciò si traducesse in un adeguato riconoscimento economico o professionale. I dati emergono anche nel contesto del mese dedicato alla sensibilizzazione sullo stress lavorativo, sottolineando come la pressione crescente sui dipendenti stia diventando una questione cruciale per il mondo del lavoro. La ricerca evidenzia che il 51% dei professionisti dichiara di lavorare più ore rispetto al passato, mentre solo una minoranza (16%) ha avuto il coraggio di discutere apertamente la questione con il proprio manager.
«Competence hangover»
Il fenomeno degli «shadow workloads» si inserisce in un panorama economico sfidante: secondo i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica l’occupazione in Italia registra solo lievi miglioramenti evidenziando un contesto del mercato del lavoro in evoluzione e caratterizzato da dinamiche non lineari. Questo scenario ha spinto molte aziende a fare di più con meno risorse, redistribuendo le responsabilità all’interno dei team esistenti. Oltre al sovraccarico operativo, emerge anche un nuovo fenomeno psicologico legato al lavoro intenso: il «competence hangover». Si tratta di una condizione caratterizzata da affaticamento mentale, difficoltà di concentrazione e calo energetico dopo periodi prolungati di alta performance.
Secondo lo studio, il 44% dei professionisti italiani sperimenta regolarmente questa sensazione, mentre un ulteriore 34% ne soffre in modo intermittente. Per evitare che questi carichi invisibili compromettano la salute dei dipendenti e la produttività aziendale, si suggeriscono strategie mirate da adottare: redistribuire equamente le attività all’interno dei team, investire in strumenti tecnologici che semplifichino i processi senza aumentare la pressione e promuovere una cultura del dialogo aperto tra manager e dipendenti.




