Intelligenza artificiale, il nodo non è temerla ma saperla gestire
L’intelligenza artificiale sostituirà l’uomo? È la domanda delle domande del nostro tempo, ma per Giuliano Noci è in realtà il modo sbagliato di porre la questione: «È come mettere il diserbante nel campo che si vuole coltivare. È un ragionamento sbagliato, l’intelligenza artificiale va gestita in una visione di futuro positiva». Il protettore del Politecnico di Milano, come sempre, offre una lettura originale del tema che analizza; ieri, al salone Vanvitelliano il tema era, appunto, «Più insieme o più soli?
L’intelligenza artificiale, le persone, la città», appuntamento organizzato nell’ambito degli eventi in preparazione alla festa patronale di domenica prossima. Noci ha dialogato con Francesco Castelli, rettore dell’Università statale di Brescia, e con Nicoletta Cusano, docente di filosofia teoretica a Unibs.
Trasformazione
«La rivoluzione dell’intelligenza artificiale non è solo tecnologica: è una trasformazione antropologica, culturale, sociale». Sono parole di padre Paolo Benanti, teologo francescano, docente di etica delle tecnologie e presidente della Commissione per l’intelligenza artificiale della presidenza del Consiglio dei ministri. In questo filone si è inserita anche Cusano, per la quale «l’intelligenza artificiale sta cambiando l’assetto della nostra civiltà, soprattutto in tre ambiti: lavoro, formazione e socialità». Per la docente stiamo assistendo «all’umanizzazione dell’artificiale e all’artificializzazione dell’umano».

Questioni indubbiamente molto complicate, ma che allo stesso tempo hanno banalmente a che fare con la nostra vita quotidiana, incidendo non poco, anche oltre la nostra consapevolezza. La più ovvia: il nostro smartphone, sul fronte nozionistico, è molto più preparato di noi, lo ha sottolineato Castelli. Quindi possiamo ritenerlo più intelligente di noi? Qui ci viene in soccorso Umberto Eco, «la cultura non significa ricordare tutte le nozioni, ma sapere dove andare a cercarle». L’intelligenza artificiale però non solo ha tutte le nozioni (o quasi), ma decide anche quelle da fornirci. E qui torniamo a padre Benanti: «I modelli di IA selezionano contenuti, scartano altri, orientano le narrazioni: non sono neutri. Il rischio è di hackerare l’umanità: decidere quali valori, visioni e conoscenze debbano sopravvivere. È una nuova forma di colonialismo culturale, mascherata da tecnologia».
A fronte di tutto ciò, l’intelligenza artificiale ha una sua etica? Altra domanda posta male per Noci. «Non si può parlare di etica dell’intelligenza artificiale, esiste invece l’etica del buon governo dell’IA al servizio della qualità della vita delle persone». Su un dato di fatto non ci sono dubbi: indietro non si torna. «L’intelligenza artificiale – ha sottolineato Noci – non è frenabile perché semplifica la vita, ma attenzione: può sublimare l’uomo perché lo sostituisce in alcune attività. Quindi se non gestita può diventare anche fonte di pesanti squilibri sociali».
Omologazione
Che non si possa fermarla è una certezza anche per Castelli, il rettore è però ben consapevole dei rischi: «L’intelligenza artificiale risponde ai nostri quesiti con delle indicazioni che possono orientare le nostre decisioni. Potremmo dire che ha una responsabilità amorale». Castelli, citando il filosofo John Searle, ha poi detto l’intelligenza artificiale è «sintassi ma non semantica», l’IA manipola le parole in modo corretto senza però comprendere il senso profondo di quello che ci propone.
Non capirà il senso profondo, ma certamente può portare, ha messo in guardia il rettore, ad un addomesticamento del pensiero, «l’IA va governata con capacità che ancora non possediamo pienamente». E torniamo al tema della gestione, ma per Cusano «si dà per scontato che sia governabile ma anche che sfugga al controllo». Siamo nuovamente al quesito iniziale: l’intelligenza artificiale sostituirà l’uomo? Noci: «La vera questione è come sviluppare il pensiero critico, soprattutto nei giovani». Il dibattito è (ulteriormente) aperto.
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