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EMERGENZA ENERGETICA

Gas, ora è a rischio l’industria italiana. Nel Bresciano primi stop in azienda

Angela Dessì

Economia
31 ago 2022, 07:47
Il prezzo del gas ha ripiegato dai massimi ma resta alto - © www.giornaledibrescia.it

Il prezzo del gas ha ripiegato dai massimi ma resta alto - © www.giornaledibrescia.it

Che l’inarrestabile corsa del prezzo dell’energia cominci a mettere in crisi intere filiere produttive, soprattutto del Nord Italia, è ormai cosa certa. Tanto che - in occasione del vertice straordinario tra i presidenti delle Confindustrie di Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto ed i relativi assessori allo sviluppo economico - si è parlato di un’emergenza energetica che, in assenza di misure di contenimento dei prezzi, non solo genererebbe quasi 40 miliardi di extra costi (solo nelle 4 regioni in questione), ma porterebbe addirittura alla paralisi di tutto il sistema industriale italiano.

Il rientro 

A viverlo sulla propria pelle sono proprio loro, gli imprenditori, che alla ripresa delle attività dopo la pausa estiva (da parecchi forzatamente allungata per ragioni di «risparmio») si sono visti catapultati in uno scenario che definire difficile è riduttivo. E non solo perché il prezzo del gas e dell’energia continua a lievitare: nel tentativo di contenere i costi, molte imprese, soprattutto le piccole, hanno ridotto o cumulato le operazioni, allungato le ferie, con evidenti ritardi o mancate consegne che pesano ad effetto cascata su tutta la filiera.

Le testimonianze

Esattamente quello che denuncia Benedetta Bergomi, general manager della omonima Bergomi spa (40 dipendenti ed un fatturato di 8 mln annui), azienda bresciana che opera nel settore della carpenteria medio pesante, delle lavorazioni meccaniche e del montaggio di impianti. «Dal rientro dalle vacanze percepiamo un forte senso di incertezza da parte dei nostri fornitori, ulteriormente fomentato dalla non volontà del Governo di mettere mano alla situazione immediatamente», denuncia la Bergomi che sottolinea il senso di impotenza che le medie, piccole e piccolissime imprese respirano.

«Alcuni fornitori temono di non arrivare a fine anno, altri per sopravvivere sono passati da due cotture (ndr, quelle dei forni per i trattamenti) settimanali a una sola, con ritardi che a valanga si ripercuotono su tutti», prosegue l’imprenditrice evocando anche la «totale dipendenza» dal pubblico per quanto concerne gli approvvigionamenti. «Più piccoli si è meno investimenti in energie alternative ci sono - tuona - e questo ci lascia in completa balìa di rincari e razionamenti». I casi di aziende che rallentano gli impianti iniziano a crescere: «Anche perchè produrre con questi costi è antieconomico», è il commento di molti imprenditori. Sulla stessa lunghezza d’onda Corrado Gatti, alla guida dell’omonimo gruppo (180 dipendenti e 55 mln di fatturato) nonchè presidente del Settore Industrie estrattive, Materiali da costruzione e Legno di Confindustria Brescia. «Il nostro comparto non è energivoro come il siderurgico, ma siamo penalizzati dalle materie prime - sintetizza -: in ogni caso siamo preoccupati, perché l’effetto domino che si sta scatenando sta azzerando i margini, oltre che gli ordini in arrivo. Dopo un 2021 andato bene, ci aspettiamo un 2022 molto difficile, mentre stiamo già guardando al 2023. Anche qui però - prosegue - l’incertezza pesa moltissimo: non investiamo, non assumiamo, perché non sappiamo cosa accadrà, e la politica deve capire che deve intervenire subito, perché noi imprenditori non possiamo non sapere cosa sarà di noi tra 6 mesi». 

L’ammortizzatore

Cresce la platea della aziende del territorio che hanno aperto precauzionalmente le procedure di cassa integrazione per fare fronte alla «tempesta perfetta» che con i rincari energetici sta mettendo in ginocchio l’Europa e non solo.

La Fiom di Brescia ne conta quasi una sessantina, di cui una quindicina tra le più energivore, dalle Acciaierie Venete di Sarezzo e Casto (con cassa ordinaria dal 22 di agosto all’11 di novembre per 140 e 270 lavoratori) alla ex Leali Steel (12 settimane per 125 dipendenti) passando per la Ferriera Valsabbia (12 settimane per 213 lavoratori), senza dimenticare che all’Alfa Acciai di San Polo è già attivo da metà marzo il contratto di solidarietà per 662 dipendenti e che Acciaierie di Calvisano, gruppo Feralpi, hanno avviato la procedura ordinaria da fine mese. «Queste aziende, lungimiranti, hanno preventivamente aperto gli ammortizzatori per affrontare il periodo difficile che ci aspetta e che per alcuni è già iniziato - commenta Antonio Ghirardi, segretario Fiom -. Vi potranno fare ricorso all’occorrenza, in considerazione del temuto autunno caldo».

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