Economia

Le fabbriche bresciane riaprono con l’ombra della cassa integrazione

L’economista Gianfranco Tosini: «La guerra russo-ucraina è stata uno choc anche per la nostra siderurgia». Si profila un inverno complesso per il sistema economico bresciano
L'interno di una fabbrica - Foto Unsplash © www.giornaledibrescia.it
L'interno di una fabbrica - Foto Unsplash © www.giornaledibrescia.it
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Una doppia sfida. È quella che si trova ad affrontare il sistema economico bresciano alla riapertura delle fabbriche, dopo la pausa estiva. Ad una crisi congiunturale segnata dal forte calo delle esportazioni - che dalla metà del 2023 sta mettendo a dura prova le nostre imprese - si aggiunge quella geopolitica che ha portato cambiamenti strutturali, stravolto logiche, paradigmi e mercati.

Per Gianfranco Tosini - economista che per anni ha guidato gli uffici studi prima di Banca San Paolo di Brescia, successivamente di Confindustria Brescia (la vecchia Aib) ed infine del portale Siderweb, direttore del Laboratorio di Strategia di Internazionalizzazione delle Imprese dell’Università Cattolica - stiamo vivendo una delle fasi più complesse e delicate dal dopoguerra ad oggi. «La crisi russo-ucraina non ha solo portato la guerra alle porte di casa, ponendo interrogativi sulla sicurezza strategica. Per l’economia italiana e bresciana è stato uno choc rilevante: l’area russo ucraina era il cuore delle materie prime e semilavorati dell’industria metallurgica, che abbiamo dovuto recuperare altrove, con inevitabili incognite ed incertezze sotto il profilo logistico e di trasporto».

Cosa dobbiamo attenderci nei prossimi mesi?

«Sarà un inverno complesso, inutile nasconderlo. Molte aziende sono già in forte difficoltà. Assisteremo ad una crescita della cassa integrazione, non escludo ci possano essere licenziamenti. Certo veniamo da due anni di utili elevati, ma già il 2023 si è chiuso in forte arretramento. C’è un clima di incertezza, il sistema si è ingolfato, gli imprenditori sono in attesa di un segnale di ripresa che non arriva».

Quali effetti sul lavoro?

«I settori più delicati sono la metallurgia, la meccanica e soprattutto l’automotive, che resta un grande punto interrogativo. Crescerà il terziario con il turismo, il commercio, i servizi alla persona, i servizi del manifatturiero. Brescia si avvia verso una terziarizzazione spinta della propria economia».

In tutto ciò quanto pesa la recessione della Germania?

«Molto, Brescia può essere considerata a tutti gli effetti l’officina manifatturiera tedesca. La crisi dell’economia tedesca ha avuto impatti sulla metallurgia, ma soprattutto sulla meccanica ed i settori connessi. Le incertezze aumenteranno in futuro: l’Europa dovrà affrontare un confronto serrato e difficile sulla leadership economica con Paesi emergenti come Cina India etc... Il terreno di battaglia saranno l’innovazione, le tecnologie avanzate, le biotecnologie, l’intelligenza artificiale».

Le tecnologie avanzate sono terreno di battaglia con i Paesi emergenti
Le tecnologie avanzate sono terreno di battaglia con i Paesi emergenti

Brescia è il secondo distretto italiano della componentistica automotive. Quale futuro ci attende?

«Questo comparto vale migliaia di posti di lavoro nel Bresciano, c’è grande preoccupazione tra gli imprenditori per le conseguenze della transizione all’elettrico. In Italia non produciamo lamierino magnetico per i motori elettrici, né produciamo batterie che sono monopolio cinese grazie alle terre rare e i bassi costi di produzione».

Come uscire da questo vicolo cieco?

«L’unica strada è il motore endotermico ad emissioni zero. I tedeschi ci stanno lavorando: Bosch ha inventato un motore sperimentale alimentato con bio-combustibili. La partita si riaprirebbe rimettendo in discussione il primato della Cina sull’automotive».

La battaglia europea di Regione Lombardia e Cluster Lombardo della Mobilità sulla neutralità tecnologica va quindi nella direzione giusta?

«Gli obiettivi posti dal Green Deal sono sacrosanti, nessuno mette in discussione la necessità di azzerare le emissioni di CO2. Si tratta di vedere con quale tecnologia raggiungere gli obiettivi. La situazione è ancora in evoluzione: il motore endotermico ad emissioni zero esiste. I tedeschi e i giapponesi ci credono. Credo sia l’unico modo per salvare una filiera strategica».

Il piano Transizione 5.0 potrà dare una scossa al sistema e aumentare la produttività?

«Partiamo con grande ritardo rispetto ai tempi previsti, ma sono ottimista: come è avvenuto per il 4.0 faremo fare un salto alla nostra manifattura, introducendo l’intelligenza artificiale nei processi produttivi. In molti settori, anche nella siderurgia, ritenuto un settore vecchio ed arretrato. Nulla di più sbagliato, la siderurgia italiana basata sul forno elettrico, ha un vantaggio inestimabile rispetto ai concorrenti europei che basano la loro produzione sull’altoforno che è molto più inquinante. Mi chiede della produttività? La carenza di produttività italiana non è un gap tecnologico. L’Italia ha un gap di sistema, una carenza sul piano organizzativo e di governance. La burocrazia ci mette del suo, ma ci sono anche i comportamenti sociali: vogliamo le energie rinnovabili, ma siamo contrari alle pale eoliche, diciamo no al fotovoltaico nei centri storici ed al nuovo nucleare. Il cambiamento è possibile, ma con il contributo di tutti».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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