Il conflitto nel Golfo spinge petrolio e inflazione

Di fronte al moltiplicarsi dei conflitti e alle tragedie umane, incommensurabili, chi si occupa di economia cerca di limitarsi ad analizzare i dati, individuandone cause ed effetti. Data la situazione geopolitica chi si occupa di economia deve concentrarsi sull’ultimo conflitto: quello di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Affidiamoci dunque ai dati e cerchiamo di comprendere quali effetti questa guerra stia producendo sui mercati e, quindi, sui nostri portafogli, nella speranza che si possa presto giungere a una soluzione diplomatica. Sappiamo che l’Iran è stato bersagliato con missili di ogni genere: il costo stimato degli attacchi ammonta già a circa 11 miliardi di dollari ed è destinato a crescere. Di converso, Teheran ha colpito alcuni Stati vicini, in particolare gli Emirati Arabi Uniti, un’area in forte espansione economica che si trova ora in una fase di impasse.
Come direbbe Camilleri, l’Iran ha inoltre giocato il «carico da undici»: il blocco dello stretto di Hormuz, con l’interruzione del traffico navale nel Golfo Persico. La reazione dei mercati è stata immediata. L’Iran produce infatti circa il 5% del greggio mondiale e il blocco delle rotte ha reso impossibile per molte petroliere attraversare il Canale di Suez.

Il prezzo del petrolio è così balzato alle stelle. Limitandoci al greggio texano (Wti), nell’ultimo mese il prezzo è salito da 63,7 a 98,7 dollari al barile. Anche per i cittadini americani il risveglio è dunque stato brusco: nello stesso periodo il prezzo del carburante è passato da 2,18 a 3,04 dollari. Non stupisce quindi che il tasso di gradimento della politica di Trump sia sceso al 40%, mentre il 55% degli americani disapprova l’operato del presidente.
Ma non è tutto. Prendiamo il caso dell’urea, una sostanza utilizzata sia come fertilizzante sia nella produzione di numerosi beni (resine, creme cosmetiche e altri prodotti). Anche qui i prezzi sono aumentati sensibilmente: da 382,7 a 599,5 dollari alla tonnellata.
Si potrebbero citare molti altri esempi, ma la dinamica dei prezzi sarebbe la stessa. Si stanno infatti creando le condizioni per uno shock inflazionistico che farà aumentare il costo dell’energia e, di conseguenza, quello dei beni che produciamo. Allo stesso tempo, fertilizzanti più costosi faranno crescere i costi delle coltivazioni, con inevitabili ricadute sui prezzi dei prodotti alimentari.
Resta allora una domanda: quanto durerà questo conflitto? Da un lato, vi sono ragioni, legate soprattutto alla politica americana, per pensare che lo choc possa essere temporaneo. A novembre si terranno infatti le elezioni di metà mandato, che coinvolgeranno deputati, senatori e alcuni governatori. Se la guerra dovesse proseguire, il malumore dell’opinione pubblica americana è destinato ad aumentare e i Repubblicani rischierebbero una sconfitta elettorale. È dunque probabile che Trump non voglia prolungare il conflitto troppo a lungo.
Resta però da capire se il dispotico e corrotto regime iraniano sarà disposto a fare altrettanto. Se i Repubblicani rischiano di perdere le elezioni, gli oligarchi iraniani rischiano la vita. E allora tanto vale tentare di tenere chiuso lo stretto di Hormuz il più a lungo possibile. «Muoia Sansone con tutti i Filistei».
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@News in 5 minuti
A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.
