Brescia progetta e Roma cambia le regole: il 5.0 e la fiducia tradita

A Brescia si progetta il futuro, a Roma si cambiano le regole. L’annuncio dell’edizione 2027 di Futura Expo, che si pone l’obiettivo di mettere insieme imprese, istituzioni e ricerca per immaginare città più sostenibili e sistemi produttivi più efficienti (le Secondary Cities di medie dimensioni), è arrivata solo pochi giorni prima di quello che ha assunto le forme di una negazione di tale sforzo: il taglio degli incentivi legati alla Transizione 5.0.
Una scelta che appare non solamente come una questione tecnica ma come un segnale politico ed economico. Le imprese infatti programmano investimenti sulla base di un quadro definito, contando su strumenti pubblici pensati per accompagnare la doppia transizione, digitale ed ecologica. E quel quadro cambia come cambia il vento. Qui non si tratta di una sola questione di risorse, siamo di fronte al rischio di un’erosione della fiducia nelle istituzioni. Senza stabilità normativa la sostenibilità è un mero un esercizio teorico, perché la transizione non si realizza con gli annunci ma con scelte industriali che richiedono capitali, tempi lunghi e regole chiare.
Se queste regole diventano variabili, il rischio è immediato: chi ha già investito si espone, chi dovrebbe iniziare rinvia. Il risultato è un cortocircuito. Da un lato si chiedono alle imprese sforzi importanti in termini di innovazione, efficienza energetica, riduzione delle emissioni. Dall’altro si riducono o si rendono incerti gli strumenti che dovrebbero sostenere questo percorso. Così la sostenibilità diventa fragile, legata più alla volontà dei singoli che a una strategia di sistema.
E qui emerge il vero nodo. Futura Expo racconta il «dove vogliamo andare». Disegna scenari, costruisce reti, alimenta una visione condivisa. Ma senza una politica industriale coerente quella visione rischia di restare sospesa: se idee e strumenti non viaggiano insieme il gap tra obiettivi e realtà non può che inesorabilmente allargarsi.
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