La ciclicità è un tratto caratteristico della storia umana, con ciò che è stato che ritorna, pur con forme diverse. In agricoltura ciò non è una semplice speculazione filosofica, bensì lo specchio di una trasformazione in atto. Irreversibile.
«Nel nostro settore sta accadendo qualcosa di molto simile a quanto è già avvenuto nell’automotive» spiega Gino Mainardi, direttore Advanced engineering di Cobo, gruppo con sede a Leno e specializzato nella produzione di componenti e soluzioni complete per il mercato dei veicoli off-highway.

«Siamo passati da una prima fase, quella dei trattori manuali, in cui era l’operatore a fare tutto, a una seconda generazione di veicoli agricoli automatizzati, capaci di rendere automatiche alcune operazioni – aggiunge –. Ora siamo entrati in una terza fase, nella quale i veicoli agricoli sono, o devono diventare, intelligenti. Non si tratta più soltanto di eseguire un comando, ma di collaborare con l’operatore e contribuire al processo decisionale». Ciò si riflette in tutto l’ecosistema dell’agricoltura, dove l’intelligenza, «irreversibile e ineliminabile», si affianca a tutti gli ambiti dell’operatività
Droni
Si pensi per esempio al drone in ambito agricolo: «Nella fase dell’automazione questo osserva dall’alto, raccoglie dati e genera una mappa – rimarca Mainardi –. Le informazioni vengono poi inviate via cloud agli agronomi, che le analizzano e le trasformano in mappe di prescrizione da girare ai trattori. In questo schema il drone rappresenta l’inizio del processo, esattamente come il trattore ne costituisce la parte operativa in campo».

Oggi però il passaggio è diverso. Secondo l’ingegnere, che per anni ha anche guidato negli Stati Uniti la filiale di Cobo in Iowa, «il drone non è più soltanto un fornitore di immagini. Anche lui può avere al proprio interno una forma di intelligenza; non solo vede ma interpreta e trasmette una decisione, che poi potrà essere applicata o meno dall’operatore».
AI
Quando si parla di intelligenza artificiale però bisogna secondo Mainardi mettere in chiaro non solo quali sono gli obiettivi dell’Ai, bensì il suo ruolo. «Questa non deve complicare né aggiungere costi alla produzione, bensì avere la funzione di semplificare e renderla più efficiente: è come un nuovo layer che si aggiunge ai precedenti – spiega –. Non si tratta per esempio di aggiungere sensori fisici o cablare sistemi, ma di introdurre la capacità di generare segnali a disposizione di un veicolo».
A tal fine Cobo è in grado di fornire «un sistema ispirato all’essere umano: occhi per vedere e cervello per elaborare, occhi che non si distraggono, non si stancano e non hanno limiti – afferma l’ingegnere –. Ciò consente la guida automatica tra i filari, così come la people detection e l’agro-detection per il controllo della vegetazione e dei sintomi delle fitopatie. E mentre svolge queste funzioni, il trattore genera dati e li trasmette automaticamente».
Sviluppo
È la fase in cui ci troviamo ora a detta di Mainardi, rispetto al già citato mondo dell’auto però «c’è un ritardo strutturale, perché il modo in cui una persona sceglie un’automobile non è lo stesso con cui un agricoltore decide su un trattore, e questo cambia profondamente tempi e dinamiche di diffusione».
In questo senso un ruolo fondamentale è giocato dai grandi player del settore, «perché l’evoluzione tecnologica parte sempre dalla testa e poi viene in giù – conclude –. Sono le grandi aziende a fare da traino e da testimonial, proprio come è già accaduto nell’automotive. Noi stessi come gruppo abbiamo iniziato a fornire sistemi a grandi realtà, che di fatto diventano opinion leader e accelerano l’adozione delle nuove soluzioni da parte delle piccole e medie imprese».




