Dentro le parole

Lucia, quando la luce arriva ad illuminare anche le stelle

Nata nel 1967 e morta a ventitré anni, ha scelto di fare la volontaria al Cottolengo di Torino, strappando al dolore il privilegio di dire l’ultima parola
Nunzia Vallini

Nunzia Vallini

Direttrice editoriale

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Lucia. Basterebbe il nome. Viene dal latino lux, luce. E qualche volta i nomi hanno bisogno di tempo per rivelare ciò che testimoniano davvero. Come la «nostra» Lucia Tononi, nativa di Gazzane di Preseglie. Nasce nel 1967 e muore a ventitré anni. In mezzo, una quantità di dolore immane, pigiato senza pietà in una vita così breve. A due anni e mezzo arriva il primo segnale. E via via, diagnosi sempre più numerose e sempre più pesanti. Detta così, è la storia di un calvario.

E invece no. O almeno: non soltanto. Perché a un certo punto Lucia compie una specie di trasmutazione. Non guarisce nel corpo, ma trova la forza di accogliere la sofferenza. E la dona a chi sta peggio di lei. Lo fa nel nome della Fede, praticata nella carne prima ancora che predicata nel verbo. Lucia, piccola-grande luce, strappa al dolore il privilegio di dire l’ultima parola: tocca a lei. Sente di avere una missione da compiere. Nonostante il buio della sua notte, nonostante lo tsunami che si è abbattuto sul suo mare. A diciassette anni è più che consapevole della propria malattia e sceglie l’esperienza di un anno come volontaria al Cottolengo di Torino, accanto a chi soffre come e più di lei.

Una storia di fede e di vita che spiazza: quando la nonna le propone di andare a Lourdes per chiedere la guarigione, Lucia risponde: «Tu pensi che io abbia il coraggio di andare a chiedere alla Madonna di farmi guarire con tutti quelli che al Cottolengo stanno peggio di me?». Non chiede di essere sottratta al dolore e sceglie di allargare lo sguardo e il cuore. Forse la lux di Lucia diventa incandescente proprio nell’istante in cui decide si farsi luce per gli altri. Si scatena così una sorta di reazione quantistica dall’effetto accelerato che si fa dirompente. Parte da un principio preciso: il buio è davvero buio solo quando non riusciamo a vedere nessun altro. Lucia scriveva: «La mia vocazione è la sofferenza». Frase che oggettivamente faccio un po’ fatica a digerire. Di più: è esemplare nella strada indicata. Non scegliere la sofferenza, scegliere cosa farne.

È una differenza enorme. Il dolore tende a restringere il mondo. Lucia compie il movimento opposto: dal proprio male guarda quello degli altri. E servendo gli altri trova perfino la gioia. Trasmutazione, appunto: non del dolore in assenza di dolore, ma del dolore in cura. Perché se ciascuno porta la propria croce – una malattia, un lutto, una solitudine, una paura – anche questo mondo impazzito porta e sopporta un dolore che sembra non riuscire più a contenere: guerre, bambini uccisi, popoli affamati, case cancellate. Uomini che fanno ad altri uomini ciò che nessuno vorrebbe subire. Il senso di impotenza raggela. Paralizza. Lucia ci insegna che in ogni caso va tentata la capriola. Anzi, capriole continue e gioiose per «dare massa» all’inversione del flusso.

E qui piovono le domande: che cosa può il mio piccolo gesto contro una guerra? Che cosa può una preghiera contro una bomba? Che cosa può una luce contro tanto buio? Forse poco, certo non fermerà un esercito. Ma è già tantissimo se impedisce all’orrore di conquistarci dentro. Perché la pace non comincia soltanto nei palazzi dove si firmano i trattati. La pace, per essere davvero tale, cerca radicamento in terreni piccoli, sfilacciati, tormentati e spesso instabili: noi stessi.

Lucia ci chiede di tentare un esperimento: prendere al volo ciò che ci fa male e, invece di stringerlo ancora più forte, metterlo accanto al dolore del mondo. Non per confrontare le sofferenze: il dolore non ha classifiche. Per fare il contrario, condividerle. Diventa compassione. Pensiero. Preghiera, per chi crede. Silenzio, per chi non crede. Un gesto di cura. Una telefonata. Una rinuncia alla rabbia. Una piccola trasmutazione dell’impotenza in presenza. Perché non provarci?

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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