Viceversa: la usiamo per risparmiare parole. «Io posso andare da lui, o viceversa». È una parola comoda, evita di ripetere una frase al contrario. Ma provate a toglierla dal suo posto e a lasciarla lì: viceversa. Arriva direttamente dal latino vice versa. È un ablativo assoluto: vice viene da vicis, vicenda, alternanza, turno; versa da vertere, volgere, mutare.
Insomma: mutata la vicenda, rovesciato l’ordine. Quello che stava di qua passa di là: chi guardava viene guardato; chi dava, riceve. La causa può diventare effetto. E viceversa, appunto. Sembra quasi un gioco. E invece quante volte ci farebbe bene applicarlo alla vita.
Siamo bravissimi a raccontare le cose dal punto in cui ci troviamo. Del resto è l’unica prospettiva che conosciamo davvero: io ho fatto, io ho detto; io aspettavo, io avevo ragione. Poi, qualche volta, basta cambiare posto e cambia il panorama. Non necessariamente la verità, sia chiaro. Quella è faccenda ben più complicata.
Cambia la vista: ci lamentiamo di chi non telefona e forse scopriamo quante volte siamo stati noi a non farlo. Pretendiamo di essere capiti e ci accorgiamo di quanto poco abbiamo cercato di capire. Viceversa. Non significa che le ragioni siano sempre equivalenti. Ci mancherebbe. Non lo sono, perché ci sono responsabilità precise, parole che feriscono, comportamenti che pesano.
Sia chiaro: cambiare punto di vista non cancella nulla, men che meno le responsabilità. Semmai può aggiungere qualcosa: «perché non capisce quello che provo?». Viceversa, io ho capito quello che prova lui? Ecco che una parola nata per abbreviare le frasi, finisce per allungare le domande.
E qui cominciano i guai, perché il viceversa funziona benissimo quando riguarda gli altri. Funziona un po’ meno quando rimette in gioco noi. Eppure non tutto procede in una sola direzione. Pensiamo alla cura: crediamo che ci sia chi cura e chi viene curato. Poi scopriamo che prendersi cura di qualcuno può restituirci qualcosa che non avevamo previsto. O all’insegnamento: c’è chi insegna e chi impara. Finché un maestro non si accorge di quanto ha imparato dai suoi allievi.
Persino le parole fanno così: noi le pronunciamo, ma poi sono loro a fare qualcosa a noi. Un grazie fa bene a chi lo riceve. E viceversa. Ogni tanto potremmo fare questo piccolo esercizio: prendiamo una delle nostre certezze, giriamola e guardiamola dall’altra parte. Magari resta identica. Magari no. A ben vedere, mettersi nei panni degli altri non serve soltanto a capire meglio loro. Serve anche a capire meglio noi stessi. E viceversa, of course.




