Che bello! Lo diciamo davanti a un tramonto, ma anche davanti a un dolce invitante. Quando qualcuno ci abbraccia; quando arriva una buona notizia; quando ritroviamo qualcosa che credevamo perduto. E qualche volta senza neppure sapere bene il perché: che bello! Due parole e un punto esclamativo. Che non è un dettaglio.
Perché «che bello» detto con voce piatta sembra quasi una constatazione. Con quel punto esclamativo, invece, succede qualcosa. La frase si anima. E noi con lei. È una delle prime esclamazioni che impariamo da bambini. Davanti a una farfalla, a un regalo, a una sorpresa. Da piccoli non siamo particolarmente selettivi. Ci entusiasmiamo per cose che agli adulti sembrano insignificanti. Un sasso lucido. Una formica che trasporta una briciola. Una scatola di cartone che diventa un castello. Non diciamo «che interessante», «che apprezzabile», «che significativo». Diciamo semplicemente: che bello!
Poi cresciamo. E cominciamo a distinguere ciò che merita ammirazione da ciò che non la merita. Impariamo a valutare, confrontare, classificare. Una casa è bella se ha certe caratteristiche. Un viaggio se ci porta abbastanza lontano. Una festa se è riuscita. Una fotografia se raccoglie consensi. Persino la bellezza, qualche volta, sembra dover superare un esame. Eppure l’espressione «che bello!» non chiede certificati di autenticità, non consulta classifiche, non pretende spiegazioni. Fotografiamo un tramonto prima ancora di guardarlo. Misuriamo, confrontiamo, recensiamo. Persino la bellezza sembra dover superare un esame.
Può scapparci davanti alla Cappella Sistina ma anche quando finalmente troviamo parcheggio sotto casa. Certo, non è proprio la stessa emozione. Ma il punto è che la bellezza non abita soltanto dove abbiamo deciso di cercarla e soprattutto non coincide sempre con ciò che è bello da vedere. C’è anche un «Che bello rivederti!», «Che bello sentirti!», «Che bello sapere che stai bene!». Non necessariamente un giudizio estetico, semmai qualcosa che qualcosa ci fa (stare) bene. Che una presenza, una voce, una notizia hanno cambiato, anche solo per un momento, la qualità della nostra giornata.
Forse è questa la piccola magia dell’espressione «che bello!». Non descrive soltanto quello che abbiamo davanti, racconta quello che ci succede dentro. E allora viene da chiedersi quanto spesso ce lo concediamo. Fotografiamo un tramonto prima ancora di guardarlo. Riprendiamo un concerto mentre lo stiamo ascoltando. Misuriamo, confrontiamo, più che dell’emozione abbiamo cura della recensione. A volte siamo così impegnati a conservare un momento da dimenticarci di viverlo. Forse il problema non è che manchino le cose belle. È che abbiamo poco tempo per accorgercene. O forse poco allenamento. Perché la meraviglia, come molte altre capacità, rischia di arrugginirsi se non la esercitiamo.
Non significa andare in giro con il sorriso stampato in faccia, trovando meraviglioso anche un ingorgo in tangenziale. E neppure convincerci che ogni difficoltà nasconda necessariamente un regalo. Ci sono giornate brutte. Notizie brutte. Dolori che non hanno niente di bello e che sarebbe persino offensivo provare ad abbellire. Ma proprio qui, forse, il «che bello!» rivela la sua forza dirompente anche se meno appariscente. Non occorre che tutto vada bene perché qualcosa possa essere bello: una giornata difficile può contenere una risata inattesa; in un periodo complicato ci sta anche una risata, una gentilezza che non avevamo chiesto. Non cambia necessariamente ciò che stiamo attraversando. Ma cambia, per un istante, il modo in cui ci stiamo dentro. La bellezza non cancella ciò che pesa. Evita semmai che occupi tutto lo spazio. E non è poco.
C’è poi un’altra cosa curiosa e generativa: il «Che bello!» è contagioso. Qualcuno lo esclama e noi ci voltiamo. Vogliamo vedere. Capire. Partecipare. È una delle poche espressioni che, anziché chiedere qualcosa agli altri, offre qualcosa: un’occasione per condividere lo stupore. C’è una forma di generosità anche in questo. Nel non tenere per sé la bellezza riconosciuta. Nel passarla, come si passa una buona notizia. Allora forse val davvero la pena recuperare quella libertà infantile di entusiasmarci senza sentirci ingenui. E dire e dirci ...« Che bello!».




