Vitoria Alata: «Dopo 200 anni i segreti dei bronzi non sono finiti»

Serena Solano, archeologa della Sovrintendenza, ragiona su modalità e valore del ritrovamento simbolo di Brescia
Ilaria Rossi

Ilaria Rossi

Giornalista

Orgogliosamente in posa davanti alla Vittoria Alata ritrovata il 20 luglio 1826
Orgogliosamente in posa davanti alla Vittoria Alata ritrovata il 20 luglio 1826

Duecento anni sono scivolati fra le maglie del tempo dacché una sera calda di luglio del 1826 pale e picconi manovrati da un manipolo di studiosi dell’Ateneo di Scienze, Lettere e Arti di Brescia incocciarono un reperto misterioso mentre erano impegnati nello scavo del teatro romano.

Alcune immagini della Vittoria Alata nel nuovo allestimento
Alcune immagini della Vittoria Alata nel nuovo allestimento

Era un giovedì. Li allertò intorno alle 19 un clangore metallico, che li spinse a scavare con le nude mani, fino a rivelare l’intercapedine che custodiva un tesoro di bronzi di differente foggia e fattura. Fra questi la statua grandiosa di una donna, una dea, scomposta ma riconoscibile, nonostante le braccia staccate e due grandi ali accatastate insieme poco distante. È questo l’incipit di una storia che tutti i bresciani conoscono. Quella del ritrovamento, la sera del 20 luglio 1826, della Vittoria Alata. Un aneddoto fattosi leggenda, come spesso accade per le grandi scoperte dell’archeologia, e che per Brescia e i bresciani rappresentò allora come oggi un evento eclatante, da celebrare e iscrivere nelle cronache perenni.

Del valore di quella scoperta, che ha determinato il cursus del recupero del patrimonio antico della nostra città, abbiamo parlato con Serena Solano, archeologa della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Bergamo e Brescia.

Dottoressa Solano, oltre il campanilismo, che valore ebbe il ritrovamento della Vittoria Alata?

Enorme. Enorme. Già allora l’eco della scoperta si propagò velocemente nel resto d’Italia e superò i confini nazionali e ci furono visitatori che giunsero a Brescia da tutta Europa per vedere quel reperto di bronzo di grandissimo valore. In quel momento storico all’oggetto si attribuirono un significato e una valenza straordinari, anche per l’alone di mistero che la statua si portava dietro. Da chi era stato interrato e perché? Dove era in origine? Come era stato realizzato e a quale scopo? Al tempo la statua dopo la scoperta venne portata in processione per la città e subito divenne simbolo identitario del patrimonio cittadino. Curiosamente qualcosa di simile avvenne quasi 150 anni dopo, in occasione di un ritrovamento per certi versi analogo avvenuto in un altro luogo d’Italia.

Parla dei Bronzi di Riace?

Proprio così. Nel 2022 sono stati celebrati i cinquant’anni dalla loro spettacolare scoperta, nel 1972. Al loro recupero dalle acque di Riace Marina assistettero in centinaia, accorsi sulla spiaggia per vedere quel prodigio: qualcuno pensò fossero eroi venuti dal mare, altri li identificarono nei santi Cosma e Damiano, il cui santuario sorgeva poco distante. Oggi sono un simbolo di Reggio Calabria, come la Vittoria Alata lo è di Brescia. In modo analogo, sensazionale è stato nel 2022 il ritrovamento di venti statue in bronzo nel fango del santuario termale di San Casciano dei Bagni in Toscana. Restando nel Bresciano, esattamente quarant’anni fa vennero fortuitamente scoperti il Santuario e la celebre statua di Minerva a Breno, in pregiatissimo marmo pentelico, uno dei più importanti ritrovamenti della Civitas Camunnorum, oggi al centro di un articolato progetto che ha addirittura ricevuto un prestigioso premio europeo.

Quale fattore comune a queste scoperte ne ha determinato la fama e l’eco mediatica?

Sicuramente la modalità dei ritrovamenti, riemersi dalla terra, dall’acqua e dal fango, ha giocato un ruolo importante; ma lo stesso valore intrinseco e la bellezza dei reperti hanno contribuito a suscitare quell’emozione, quella riverenza, che si è tramandata nel tempo, oltre all’alone di sacralità e mistero che accompagna sempre le statue antiche, soprattutto se raffigurano divinità.

Tornano invece a Brixia, le operazioni di recupero della Vittoria si svolsero con coscienziosità e disciplina. Ma a suo parere venne fatto tutto secondo i crismi?

L’archeologia dell’Ottocento non era la disciplina scientifica di oggi. Si avvaleva di tecniche e metodi limitati rispetto ai nostri. È anche noto che i primi scavi bresciani non furono condotti da archeologi, anche se quelli che operarono allora ebbero il merito di avviare le ricerche nell’area e lo fecero con entusiasmo e passione, al meglio delle loro capacità e conoscenze. Ad esempio, in una sorta di diario di scavo registrarono minuziosamente la posizione dei principali bronzi ritrovati nel deposito di centinaia di reperti associati alla Vittoria Alata. Probabilmente oggi ne avremmo fatto decine e decine di fotografie e rilievi in 3D; si sarebbero inoltre recuperati terreno ed eventuali sedimenti, per consentire analisi e approfondimenti, ricorrendo a quelle discipline scientifiche che oggi sono a servizio dell’archeologia.

È quindi tutto perduto o quei reperti possono ancora rivelarci dei segreti?

Possono e lo faranno. Se tanto si è già scoperto sulla Vittoria Alata, grazie ai restauri condotti dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, altre informazioni emergeranno dalle analisi in corso sulle teste di bronzo dorato, così come dagli altri bronzi e reperti che potranno essere studiati in futuro.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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