Per anni la si è creduta una scultura greca, fino a che qualcuno ha ipotizzato si trattasse di un pastiche di età romana composto partendo da una fusione ellenistica precedente. Non era nemmeno quello: la Vittoria Alata è romanissima e brescianissima. Non è un assemblaggio: nacque in una fucina del territorio nel primo secolo dopo Cristo, già con l’intento di essere una Vittoria Alata ispirata all’Afrodite Urania di Cirene. Più o meno, quindi, ha duemila anni. Ma nel cuore dei bresciani ne compie duecento: sono infatti trascorsi esattamente due secoli dal suo rocambolesco ritrovamento in un’intercapedine del Capitolium. Una scoperta epocale, il cui racconto continua ad affascinare.
La sera del ritrovamento
Era la sera del 20 luglio 1826 quando gli operai impegnati negli scavi archeologici ai piedi del Cidneo – era da qualche mese che l’Ateneo di Scienze Lettere e Arti della città era impegnato nel recupero del tempio romano – sentirono i picconi urtare contro qualcosa di diverso dalla terra. Erano circa le 19. Scavando con le mani emersero i primi riflessi metallici, segno che sotto il terreno si nascondeva qualcosa di prezioso. In uno spazio profondo meno di quattro metri, tra il muro di una delle grandi aule del tempio romano e il pendio del colle, affiorò un deposito eccezionale di bronzi antichi.

Il reperto più straordinario era una grande statua femminile in bronzo, poco più alta del naturale, con le braccia staccate e adagiate lungo i fianchi. Attorno a lei erano state collocate decine di cornici bronzee finemente lavorate, due grandi ali appoggiate una sull’altra, cinque teste imperiali, una statua più piccola in bronzo dorato, il pettorale di una statua equestre e numerosi altri frammenti. A quanto pareva, i reperti erano stati accuratamente riposti, probabilmente per proteggerli in un periodo di instabilità dell’Impero romano.
I membri dell’Ateneo di Brescia, che dirigevano gli scavi, compresero immediatamente l’importanza della scoperta. Così, per evitare furti durante la notte chiesero la sorveglianza di due guardie, rimandando al mattino successivo l’estrazione dei bronzi.
L’alba del 21 luglio
Alle cinque del mattino del 21 luglio, alla presenza del pittore e archeologo Luigi Basiletti, iniziò il recupero della grande statua. Sollevandola dal terreno si scoprì che il nascondiglio custodiva altri reperti: ulteriori cornici bronzee, una testa femminile, il braccio di un’altra statua, un pettorale di cavallo e numerosi piccoli oggetti ancora ricoperti di terra.

Alla scena assistettero esponenti della cultura e delle istituzioni cittadine. La notizia raggiunse rapidamente la Congregazione Municipale, che quella stessa sera visitò il luogo del rinvenimento insieme ai rappresentanti dell’Ateneo e della commissione degli scavi. Nel verbale del sopralluogo la statua viene descritta come «una statua muliebre… avvolta in panni maestrevolmente scherzati». Colpirono tutti il perfetto stato di conservazione e la quantità dei bronzi recuperati, tanto che chi redasse il documento rinunciò perfino a contare le numerose cornici ritrovate.
Il corteo
Intanto la voce della scoperta si diffuse in città e sempre più persone accorsero al Capitolium. Le autorità decisero di trasferire i reperti nell’allora Ginnasio Convitto Peroni, ospitato nell’ex convento di San Domenico, nella zona odierna di via Moretto, dove già si conservavano iscrizioni e antichità cittadine. Il trasferimento avvenne il 22 luglio con una celebrazione pubblica.
Le campane suonarono a festa mentre un corteo attraversava le vie di Brescia. Il podestà apriva la sfilata, seguito dal carro che trasportava la statua esposta in piedi, accompagnato dalla banda militare, dai commissari degli scavi e dai rappresentanti della Congregazione Municipale. La folla seguiva il passaggio applaudendo quella che, fin dal primo momento, fu percepita come una scoperta destinata a diventare simbolo della città.
La fama della Vittoria Alata superò rapidamente i confini bresciani. Studiosi e visitatori arrivarono per ammirarla, ispirando poesie e pubblicazioni. Su tutte, l’ode «Alla Vittoria» di Giosuè Carducci del 1877, che celebra le X Giornate della Leonessa d’Italia insieme al suo simbolo.
Tornando a quei giorni, la notizia comparve anche sulla stampa internazionale, trovando spazio perfino in Francia sulle pagine del «Journal général de la littérature étrangère».
L’icona di Brescia
Nei due secoli successivi la Vittoria Alata è diventata il simbolo della Brescia romana, anche grazie al fatto di essere uno dei bronzi antichi meglio conservati al mondo. Gli studi più recenti, culminati nel progetto di ricerca e restauro concluso negli ultimi anni, hanno ribaltato molte convinzioni consolidate: la statua non è un’opera greca riadattata né un assemblaggio di elementi diversi, ma un bronzo realizzato in età imperiale romana, probabilmente proprio da una bottega attiva nel territorio bresciano.
Dopo il complesso restauro eseguito dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, la Vittoria è tornata a occupare uno spazio di grande valore simbolico: la cella orientale del Capitolium, a pochi metri dal luogo in cui venne ritrovata il 20 luglio 1826, allestita secondo le indicazioni dell’architetto Juan Navarro Baldeweg.




