Valeria Parrella: «Le ragazzine come la mia Giovanna cambiano il mondo»

La scrittrice ha dato corpo fisico alla pulzella d’Orléans in un romanzo poetico e civile: l’intervista alla candidata al Premio Campiello 2026
Ilaria Rossi

Ilaria Rossi

Giornalista

Valeria Parrella
Valeria Parrella

Il fuoco arde dentro e fuori Giovanna, pulzella d’Orléans, bruciata sul rogo per eresia a neanche vent’anni dopo aver restituito il trono di Francia a Carlo VII. È lei «La ragazzina» che dà il titolo al bellissimo romanzo di Valeria Parrella, decisa a dare un corpo oltre il mito a quella giovane donna non conforme. La scrittrice napoletana, candidata al Premio Campiello, è attesa a Brescia nell’ambito del tour letterario che farà tappa martedì sera alle 21 al Capitolium (registrazione sul sito www.umana.it). Il suo romanzo poetico e civile, edito da Feltrinelli, parte dall’assunto che in ogni luogo del mondo una ragazzina si mette di traverso. E che gli sconfitti non sono sempre quelli che hanno perso la battaglia.

Parrella, che cosa ha fatto risuonare in lei la figura di Giovanna d’Arco tanto da spingerla a rileggere proprio la sua vicenda, spogliandola del mito per restituircene una versione così umana?

Non è che proprio l’ho spogliata dal mito, ma ritenevo non potesse essere solo questo. Le volevo restituire un corpo; volevo darle l’infanzia, le amiche, la madre, il rapporto con la madrina. Mi interessava indagare cosa avesse spinto una ragazza ad arrivare fino al rogo pur di seguire una missione.

Rispetto ai suoi lavori precedenti c’è stata una metamorfosi stilistica: la terza persona e un uso sinestetico del linguaggio, a partire da quelle voci che Giovanna vede. Come ha lavorato sulla scrittura?

Il lavoro di uno scrittore è sempre sulla lingua. Io non ci credo alle trame. Se scrivi solo perché hai un trama, potresti un giorno non avercela più. Invece se scrivi perché ti piace sentire come suona la frase, o perché pensi che il linguaggio trasmetta qualche cosa di più profondo, di sociologico, di politico, di poetico, e che non c’entra con quello che succede, avrai sempre delle cose da dire. Quindi io faccio proprio questo lavoro sulla lingua. E poi volevo provare una cosa che non conoscevo: la terza persona per le narrazioni lunghe. Perché sono anche convinta che, come diceva Pavese, quando uno pensa di saper fare una cosa deve uscire da quello che sa fare.

Nel suo romanzo il termine ragazzina sembra trascendere i confini del dato anagrafico per richiamare un’attitudine morale. Essere «ragazzine» oggi è una missione a cui tutti siamo chiamati?

In un certo senso è così. Siamo chiamati a essere ragazzine o, perlomeno, a tirare fuori la ragazzina che è in noi perché sono tempi brutti. Sono tempi cattivi. Sono tempi in cui di nuovo i suprematismi, i sovranismi e i maschilismi stanno tornando a incalzarci. E quindi, anche in Occidente, tutte le posizioni femminili stanno arretrando, per non parlare degli altri Paesi del mondo. E allora sì, è proprio così. Io lì dentro dico: «Guardate che si può fare». È un’esortazione che rivolgo anche a me, ovviamente. Ma il termine «ragazzina», che è la traduzione letterale di pulzella, è però anche il modo con cui si può denigrare una giovane donna, derubricare le sue azioni a qualcosa di piccolo.

La storia di Giovanna d’Arco è anche la storia di un processo mediatico e politico ante litteram. Guardando al presente, nei confronti di quali giovani donne si perpetua la caccia alle streghe? In che modo si cerca ancora di silenziare il loro dissenso?

La verità è che non accade solo alle giovani donne, ma alle donne in generale. La cronaca ci riporta casi vicinissimi a noi, in cui si tacciano le donne di essere grasse e quindi di non fare cose o di farne altre; oppure le si giudica perché non si accompagnano con uomini o ancora perché sono considerate brutte. In generale, ridurre una donna al suo corpo è un modo per non occuparsi della sua testa.

È più difficile essere una ragazzina o la sua mamma?

Dentro la ragazzina c’è la sua mamma e dentro la mamma c’è la ragazzina. Sono solo due età della vita. È difficile essere tutte e due... ma ce la si fa.

Che fotografia della letteratura italiana contemporanea emerge, secondo lei, dalla cinquina del Campiello di quest’anno?

Girando l’Italia in questi giorni con i miei colleghi, ci stiamo leggendo a vicenda. E penso che ci siano dei fili rossi che si collegano tra di loro. Uno, secondo me, è la condizione di impermanenza. Il protagonista di Fois è in quei 40 secondi che lo separano dalla morte e per la prima volta si sbilancia rispetto alla sua esistenza. «Lo sbilico» ce l’ha nel titolo; mentre il romanzo di Elena Varvello è il racconto di un uomo che è tutto storto e allegro insieme, in periodo storico tutto storto e allegro insieme. Cavazzoni ha scritto la storia di un’amicizia che trova la sua forza nei momenti in cui ci si lascia andare e la mia ragazzina è una ragazzina che non è conforme alla società che ha attorno. Ha una divergenza rispetto al mondo. Credo che la nostra cinquina, almeno dal mio punto di vista, rispecchi proprio questa cosa qua.

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