«Sulle tracce di mio nonno Francesco ho scoperto che la vita è per sempre»

Elena Varvello, torinese, poetessa e narratrice, docente alla Scuola Holden, tra le voci più riconoscibili della letteratura italiana contemporanea, è tra i finalisti del Premio Campiello 2026 con «La vita sempre»
Giulia Camilla Bassi
La scrittrice Elena Varvello © www.giornaledibrescia.it
La scrittrice Elena Varvello © www.giornaledibrescia.it

Cinque grandi romanzi, cinque voci della narrativa italiana contemporanea e uno dei luoghi simbolo della città. Martedì 30 giugno alle 21, il Capitolium ospiterà l’incontro con i finalisti del Premio Campiello 2026, promosso da Umana in collaborazione con Fondazione Il Campiello, Confindustria Brescia e Fondazione Brescia Musei.

Tra i cinque autori in gara (Ermanno Cavazzoni, Marcello Fois, Valeria Parrella, Alcide Pierantozzi) c'è anche Elena Varvello, torinese, poetessa e narratrice, docente alla Scuola Holden, tra le voci più riconoscibili della letteratura italiana contemporanea.

In finale con «La vita sempre» (Guanda, 20 euro), romanzo che attraversa il Novecento italiano, seguendo le vicende di Francesco e Teresa, nonni materni dell’autrice in un racconto che intreccia memoria famigliare e Storia collettiva. La serata, condotta dalla giornalista Alessandra Tedesco, sarà arricchita dalle letture di Giuseppe Cederna e dall'accompagnamento musicale degli Oltre Swing Lab. La partecipazione è su registrazione, attiva nei prossimi giorni sul sito di Umana fino a esaurimento dei posti disponibili.

Abbiamo incontrato Elena Varvello per parlare del libro e della sua genesi.

«La vita sempre» nasce da una materia molto intima, la storia dei suoi nonni. Dove finisce la storia reale e dove comincia la sua costruzione narrativa?

Devo ammettere che la parte che ho immaginato è preponderante. La quota di immaginazione presente in questo romanzo è davvero dilagante, nel senso che avevo pochissimo sia riguardo a Teresa che, soprattutto, riguardo a Francesco di cui sapevo molto poco. Ho scoperto alcune cose che sono storicamente accertate, ma la fibra del romanzo è la mia immaginazione. E poi c’è la Storia, come noi la conosciamo.
Qual è stato il viaggio per ritrovare Francesco, la cui storia personale sembrava inghiottita da quella collettiva?

È stato un viaggio molto lungo. La parte forse più commovente della vita di Francesco, cioè la parte che ho potuto accertare e scoprire, il suo ultimo anno e mezzo, mi ha richiesto moltissimi anni di lavoro di ricerca e molta fortuna. È stata anche una questione di nomi: io lo cercavo con un nome, ma avrei dovuto cercarlo con un altro, di cui per anni non sapevo nulla. Questo nuovo nome mi ha aperto molte porte e mi sono imbattuta nella parte dell'esistenza molto breve di questo ragazzo di 29 anni, nella parte più intensa, più difficile, più commovente e anche più straziante.

Qual è stato il lavoro documentario, anche nell'incontrare l’unico superstite che tentò la fuga dal lager di Dachau con Francesco?

Quello è stato, nella fase di ricerca lunghissima, forse il momento più alto. È il momento in cui mi sono avvicinata il più possibile a Francesco. Ho incontrato l'unica persona sopravvissuta che è riuscita a tornare viva a casa di questo gruppo di quattro uomini di cui uno era, appunto, Francesco. Devo molto a tutte le persone che lavorano negli archivi storici, perché fanno un lavoro di conservazione di una materia viva. Non sono solo nomi su registri, non sono solo informazioni custodite per la pura conservazione: sono a disposizione di tutti, e ci sono persone come me che possono ricostruire la storia della propria famiglia. Sono stati loro a mettermi in contatto con Enrico Piccaluga, che non era più un ragazzo, era un uomo anziano, e che mi ha raccontato forse le cose più importanti degli ultimi momenti della vita di Francesco.

Anche le foto sono importanti in questo romanzo…

Mi hanno permesso di costruire un'immagine mentale di lui. Se non avessi potuto immaginare il suo viso, sarebbe stato più difficile, sarebbe stato veramente un fantasma. Invece avevo la prova, in qualche modo, che lui fosse vissuto davvero. E per mia madre erano ancora più importanti, perché erano le cinque immagini di un padre che lei sostanzialmente non aveva mai visto e quindi sostituivano la sua memoria di figlia. Lei le ha passate a me in una sorta di eredità, di passaggio affettivo. E adesso, con mia enorme gioia, per chi vuole leggere il libro, una di queste immagini è visibile.

E Teresa, che personaggio è?

Teresa è l'opposto di Francesco. Tanto quanto Francesco è spinto a velocità, anche con uno spirito dissacrante, con la risata, lei è serietà, compostezza, determinazione, presenza nella vita. Lei non è la ragazza che ride davanti alla storia. Però ho provato a immaginare il punto in cui le loro esistenze così diverse si incontrano, come a dire che possiamo essere molto diversi gli uni dagli altri, ma ci può essere un momento in cui ci incontriamo, in un certo senso ci apparteniamo nonostante le differenze. A loro deve essere capitato qualcosa del genere, perché da questo incontro è nata mia madre e poi sono nata io. C'è un senso anche nell'incontro fra sguardi sulla vita molto diversi.

Nel «sempre» di questo titolo, c'è qualcosa che va oltre il passato…

Non si tratta di voltarsi all'indietro, guardare il passato, tantomeno di rimpiangerlo. Si tratta di constatare che la vita, anche di quelli che ci hanno preceduti, è sempre, in un certo senso. Lo traduco in un'immagine forse un po' semplicistica, ma per spiegarlo: quest'uomo di cui ho provato a raccontare la storia era scomparso al mondo dal 1945, scomparso radicalmente. Ora, in un certo senso, è di nuovo qui. Ecco in che senso la vita è sempre. Ecco perché questo libro non è un libro nostalgico sul passato e sulla memoria, ma è un libro sulla vita.

Com'è essere anche lettrice dei suoi libri in formato audiolibro?

Io ho una passione talmente sfrenata per la lettura ad alta voce — non solo per la lettura delle cose che scrivo io, ma per la lettura sempre, tanto per usare di nuovo questa parola. Che io debba leggere Madame Bovary o la lista della spesa o i miei testi, non importa: la lettura ad alta voce ha qualcosa di talmente vitale che mi dà gioia. È la terza volta che lo faccio, sono proprio irriducibile. Ed è bello perché si ha l'impressione di poter far davvero vivere le parole che uno ha scritto spesso nel silenzio. C'è molta gioia e molta felicità.

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