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Fois: «Viviamo ancora nel ’900, abituati a guerre e carneficine»

«L’immensa distrazione» di Marcello Fois è una saga familiare che prende le mosse dalle leggi razziali: l’intervista
Nicola Rocchi
Marcello Fois - Foto New Reporter Papetti © www.giornaledibrescia.it
Marcello Fois - Foto New Reporter Papetti © www.giornaledibrescia.it

Comincia dalla fine «L’immensa distrazione», il romanzo di Marcello Fois incluso nella cinquina del Premio Campiello (Einaudi, 288 pp., 19,50 euro): «Ettore Manfredini, nonostante fosse appena morto, la mattina del 21 febbraio 2017 ebbe la netta sensazione di svegliarsi». A 95 anni, dopo una vita da imprenditore di successo nel settore della lavorazione e distribuzione delle carni, Ettore si trova esiliato in una «terra di nessuno»: già morto ma ancora cosciente, è costretto a ripercorrere la sua vita senza sconti e infingimenti.

Scorre così – col ritmo non lineare della memoria – la storia dei Manfredini dal momento in cui il giovane Ettore si impossessa del mattatoio dei Teglio, ebrei deportati in Germania sotto il fascismo. In una narrazione avvolgente come la tela di un ragno, entrano in scena la madre Elda e il padre Vittorio, i figli Carlo, Enrica, Edvige ed Ester, gli amati nipoti Elio e Filippo, e gli altri personaggi intaccati dalla forza oscura che percorre la famiglia.

Abbiamo intervistato l’autore, che con gli altri finalisti del Campiello incontrerà il pubblico bresciano martedì 30 giugno, alle 21 nello spazio del Capitolium del parco archeologico Brixia, in città. L’appuntamento, promosso da Umana con Fondazione Campiello, Fondazione Brescia Musei e Confindustria Brescia, è ad ingresso libero con registrazione sul sito umana.it fino ad esaurimento dei posti disponibili.

Marcello Fois, la ricchezza dei Manfredini inizia con le leggi razziali: un periodo con il quale non abbiamo fatto i conti fino in fondo, come invece accade a Ettore in punto di morte?

Sì, l’idea è che attraverso la letteratura sia possibile vedere meglio vicende che ci hanno attraversato e su cui siamo stati distratti. Il libro racconta che le leggi razziali sono state efficaci anche perché molti hanno fatto finta di non vederle e non sono intervenuti. Questo vale per tutte le generazioni: guardare in faccia la propria storia a volte significa determinarla, mentre distrarsi significa ottenerne il peggio.

Anche questo non guardare è parte dell’«immensa distrazione»?

Il titolo ha questo e molti altri significati. C’è anche un senso positivo: vuol dire non essere ossessionati dal pensiero della morte che non ci farebbe vivere. Nel caso dei Manfredini, l’«immensa distrazione» è anche, etimologicamente, la storia di un immenso furto.

Questa «distrazione» produce una famiglia fatta di maschi anaffettivi e donne «che per restare devono andarsene». Qual è il filo che lega tutti i caratteri?

È proprio la necessità di sopravvivere alla propria storia. L’idea che la vita è meno romantica di come ci piacerebbe che fosse, che richiede un agire più preciso, un impegno perché le cose riescano a perdurare. Credo che la letteratura abbia il compito di interrogarci e non di consolarci: quando ci consola troppo, vuol dire che viviamo in tempi pericolosi, in cui non si vuole che ci facciamo delle domande.

Ettore comanda e controlla tutto, è intuitivo ma non empatico…

Ettore è una specie di incarnazione del ’900, con tutti i problemi di questo secolo che noi pensiamo sia defunto mentre invece non è ancora morto… Un secolo attraversato da economie e imprenditorie che sono state costruite anche sull’assenza di empatia, da persone molto intuitive ma poco colte. Il problema di Ettore è in fondo che non è riuscito ad accedere all’istruzione come avrebbe voluto, e per questo fa di essa un mito.

Gli eventi più tragici sono raccontati in modo attutito, come i rumori del mattatoio accanto alla casa…

È un altro sintomo di questo ’900 terribilmente sanguinario. Siamo circondati da guerre, conflitti, morte, ma viviamo tutto come se ci fosse uno schermo tra noi e quello che accade a Gaza, in Ucraina, in Africa. Ci sono carneficine ovunque, e noi le stiamo assorbendo in una maniera leggermente anestetizzata. Questo è un romanzo che sembra parlare di individui, ma parla di mondi.

Si riflette anche sulla lettura e la scrittura: «Essere morti è come scrivere una storia».

Credo fermamente che questa sia una delle condizioni della scrittura: provare a mettersi un attimo in esilio e cercare di essere tutti gli altri che descrivi. Penso che un difetto di certa letteratura contemporanea sia proprio quello di non riuscire mai a staccare la storia da chi la scrive, per cui il lettore non trova abbastanza spazio per sé. Da questo punto di vista, credo di essere uno scrittore molto tradizionale: mi piace l’idea ottocentesca della storia, innestata però su una pasta più contemporanea.

Scrive che «la menzogna rende onnipotenti, mentre la verità imprigiona». Un’altra riflessione adatta ai nostri tempi?

Penso che la letteratura debba essere un ponte tra la storia che si narra e un dibattito che stiamo vivendo. Ho sempre in mente Majakovskij che diceva: un modo per far durare una storia è togliere l’attuale dal presente. Questo mi sembra fondamentale.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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