Umberto Curi: «Non ci sarà pace se non recuperiamo la forza dell’ascolto»

Stasera il pensatore è ospita della rassegna «Filosofi lungo l’Oglio»: al Castello di Dello una lectio magistralis che invita a riscoprire il significato profondo del dialogo
Anita Loriana Ronchi
Il filosofo Umberto Curi
Il filosofo Umberto Curi

«La forza dell’ascolto» è il tema della lectio magistralis che il celebre pensatore Umberto Curi terrà stasera alle 21 al Castello di Dello (via Roma 71; in caso di maltempo al Teatro S. Giorgio), per il 21° Festival Filosofi lungo l’Oglio, diretto da Francesca Nodari.

«Ascoltare» è solo un gesto fisiologico, oppure atto che implica un aspetto speculativo o, ancor più, di natura etica? Professore emerito di Storia della filosofia all’Università di Padova, Curi è stato visiting professor all’Università della California e di Boston e ha all’attivo una vasta messe di pubblicazioni, tra cui «Filosofia della guerra» (2024). L’abbiamo intervistato.

Professore, l’ascolto può avere anche un valore etico?

Va sottolineato che il termine «ascolto», anche per la sua radice etimologica, non coincide come spesso siamo inclini a pensare con il sentire. Tra sentire e ascoltare vi è una differenza di fondo perché chi sente manifesta un’attitudine passiva, mentre l’ascolto indica un’attività, tant’è che viene usato anche in rapporto ad alcune specie animali che tendono le orecchie a rumori o suoni. La prima e forse più importante differenza è quella appunto tra sentire ed ascoltare, che è analoga alla differenza tra guardare e vedere.

Nella radice vi è anche un rimando ad «obbedire»...

Certo, sia nel greco sia nel latino è presente un’ambivalenza di significato. Hypakoùein in greco vuol dire ascoltare, ma vuol dire anche insieme obbedire e, d’altra parte, il latino ob-audire sta a indicare lnon solo ’ascolto ma anche la disposizione all’obbedienza. Colui che obbedisce è colui che si dispone all’ascolto del suo interlocutore.

Il primo tra i maestri del passato cui viene da pensare al riguardo è Socrate, che ha inaugurato il metodo del dialogo.

Il richiamo a Socrate è particolarmente pertinente, specie se ci riferiamo all’episodio cruciale della sua vita, cioè le ultime ore trascorse in carcere e la morte mediante la cicuta. Si ricorda raramente che Socrate avrebbe avuto la possibilità di fuggire se si fosse limitato a sentire ciò che gli proponeva il discepolo Critone, il quale, corrompendo il carceriere, era riuscito a ottenere che la porta della prigione rimanesse aperta. Egli invece, rispetto alla proposta di eludere la condanna subita, ha preferito ascoltare la voce del demone (dàimon) della sua coscienza.

A quali altre figure farà riferimento?

Più che a una singola figura, mi riferirò a un episodio dell’Odissea che credo tutti abbiamo appreso sui banchi di scuola. Ulisse deve transitare con la sua nave di fronte all’isola delle Sirene e, nel mondo antico, si riteneva quel passaggio massimamente pericoloso perché coloro che avevano ascoltato il canto di queste creature avevano poi fatto naufragio ed erano morti. Ulisse da un lato non vuole quella dimensione che è già compromessa del porre ascolto e, dall’altro, è esposto all’insidia del sentire. Ricorderò allora la suggestiva interpretazione fornita da Franz Kafka nel racconto «Il silenzio delle Sirene», nel quale ipotizza che l’astuzia di Ulisse, il quale si sarebbe fatto legare all’albero maestro per non cedere alla tentazione, sarebbe stata controbilanciata dalle Sirene non cantando, in una competizione giocata proprio sulla differenza tra sentire e ascoltare.

Quanto è importante, secondo lei, recuperare oggi il senso profondo dell’ascolto?

Vi è un’attitudine sempre più diffusa a non ascoltare chi si rapporta a noi come interlocutore nel discorso e, soprattutto in questi anni attraversati dalla violenza delle guerre, si può dire malauguratamente che si sente ma non si ascolta, non si conferisce alcuna attenzione alle invocazioni di pace provenienti soprattutto dai giovani. Potremmo concludere con un apologo relativo alla domanda: come mai gli uomini sono provvisti di due orecchie e di una sola bocca? La risposta data fin dall’antichità è che dovremmo saper ascoltare di più e parlare di meno.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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