L’eredità totale di Borsoni, genio visionario che aprì Brescia al mondo

Al Mo.Ca e in Cavallerizza una doppia mostra racconta l’uomo e artista che fondò il Centro teatrale bresciano
Ilaria Rossi

Ilaria Rossi

Giornalista

Renato Borsoni
Renato Borsoni

Una vita, teatrale e non solo, testimoniata da decine di metri lineari di fotografie in bianco e nero. In primis quelle riemerse dalle armadiature che ospitano gli archivi del Ctb. Da lì arriva gran parte delle immagini – e sono centinaia –, che sostanziano e ridanno corpo alla magnifica figura di Renato Borsoni, da troppi riconosciuto oggi solo come il nume tutelare del teatro che domina via Milano. E sono proprio gli scatti – da quello di lui bambino immortalato per una messa in scena infantile, al ritratto in un campo di Gussago che avrebbe dovuto finire incendiato al termine di una vivace messa in scena di Calderon firmata Ronconi e mai realizzata – a materializzare un’esistenza legata intrinsecamente al teatro, ma esplicitamente alla vita culturale di una città che, grazie a lui, si ritrovò avamposto della drammaturgia in Italia.

Da sinistra Tino Bino, Camilla e Corrado Borsoni, Renato Corsini, la sindaca Laura Castelletti, la presidente del Ctb Camilla Baresani, il direttore del Ctb Gian Mario Bandera, il curatore Andrea Cora e Ilaria Bignotti
Da sinistra Tino Bino, Camilla e Corrado Borsoni, Renato Corsini, la sindaca Laura Castelletti, la presidente del Ctb Camilla Baresani, il direttore del Ctb Gian Mario Bandera, il curatore Andrea Cora e Ilaria Bignotti

A Borsoni, visionario dalla genialità telescopica (cit.), quella che è stata la sua creatura prediletta dedica una mostra diffusa, inaugurata ieri nelle due sedi del Mo.Ca e della Cavallerizza-Centro della fotografia italiana. Nell’occasione del centenario dalla nascita il Ctb ha approntato due percorsi complementari e solo parzialmente sovrapponibili, che pongono l’accento sulle stagioni di «una battaglia culturale indefessa, che ha contribuito a spalancare lo sguardo della nostra città», per citare Andrea Cora, che col supporto di Camilla e Corrado Borsoni ha curato il progetto espositivo.

Gli snodi di una biografia

 In Salone Cavallerizza «Sguardi. Immagini, documenti, provocazioni in un teatro di pensiero» (fino all’8 novembre) ricostruisce visivamente attraverso 19 sezioni la parabola teatrale del Borsoni attore, regista, sceneggiatore e finanche spettatore. Un uomo votato a un teatro totale, che concepiva come medium per leggere il mondo. Sezioni a cavallo fra il cronologico e il tematico esplorano gli snodi fondamentali di una biografia e di una carriera alimentati da una passione precoce, sollecitata dalla spinta paterna.

Citazioni, negativi inediti e documenti giornalistici ricostruiscono legami, progetti e imprese quotidiane di quella gente di teatro che era la sua gente. Una mostra densissima, come l’ha definita la presidente del Ctb Camilla Baresani, che esplora «in nuce il progetto culturale che si stava sviluppando a Brescia, con la Compagnia della Loggetta, Borsoni e Mina Mezzadri. Un’avventura straordinaria che finirà nelle pagine di un importante libro che uscirà in primavera».

Renato Borsoni in scena ne «Il gabbiano»
Renato Borsoni in scena ne «Il gabbiano»

Alla ricerca della bellezza

E se la «memoria non è la custode delle ceneri ma la capacità di tenere il fuoco acceso», per dirla con le parole di Mahler prese a prestito da Tino Bino (già presidente del Ctb), «Progetti. Allestimento tra utopie e rivoluzioni di un teatro libero» trasloca al Mo.Ca il salotto e lo studio di Borsoni, dal divano rosso un po’ consunto alla scrivania screpolata ai bordi. Gli arredi che assorbirono il genio e le sue magnifiche ossessioni, insieme alle locandine di scena e ai poster pubblicitari, ne tratteggiano la figura di artista, comunicatore, art director, artigiano, scenografo, operatore culturale e, ovviamente, teatrante. Un uomo votato alla ricerca della bellezza e caratterizzato da un’indignazione feroce per le brutture del mondo.

Pubblicità per Asm e Bipop
Pubblicità per Asm e Bipop

Ci sono campagne iconiche come quella per Centrale del Latte, Asm e Bipop, che chiamano in causa simboli bresciani come la Vittoria Alata e Arnaldo, e i bozzetti originali per lo studio grafico del nascituro Ctb. La copia anastatica di una pagina scritta al contrario testimonia la perdita dell’uso della mano destra. Come ci racconta il figlio Corrado, guidandoci attraverso i pezzi amorevolmente selezionati.

Locandine realizzate da Borsoni per la Compagnia della Loggetta ed esposte al Mo.Ca
Locandine realizzate da Borsoni per la Compagnia della Loggetta ed esposte al Mo.Ca

«Quel rotolo di carta – ci indica – era parte della scenografia dello spettacolo su Don Milani. Quei pezzi sono andati a ruba e solo cinque anni fa ne abbiamo ritrovato uno in un garage. Papà impersonava il narratore e illustrava la carta direttamente in scena. Nel ’72, quando ancora facevo il liceo, mi portò a vedere lo spettacolo a Venezia, nell’aula magna occupata della Facoltà di Architettura. Mi innamorai di quel posto e al ritorno in treno gli dissi che avrei studiato lì». Frammenti di vita di un padre e maestro che seppe sottrarre Brescia al suo provincialismo. E la cui regia più grande fu quella di regalare alla città una coscienza della cultura come sua nuova, fondamentale identità.

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