Una scommessa vinta. Premiato dal successo l’esordio al Teatro Grande di «Death in Venice», prima assoluta nella nostra città dell’ultima opera di Benjamin Britten. L’omaggio al compositore inglese, a cinquant’anni dalla scomparsa, era un azzardo: su un palcoscenico percorso abitualmente da Rigoletti e Violette, il dramma psicologico denso di parole e povero di belcanto del maturo Aschenbach, turbato sino alla consunzione dall’amore per il giovane Tadzio, prometteva momenti difficili per i melomani.
Per rendere accessibile un’opera sì di raffinata bellezza, ma avviluppata nei cerebrali soliloqui del protagonista, serviva una regia dinamica e all’occorrenza spettacolare e Rodula Gaitanou non si è sottratta. Trasformando incessantemente lo spazio teatrale con l’uso di uno schermo/porta di tulle, dosando i video essenziali di Dick Straker, valorizzando scene e costumi di takis e dirigendo con abilità i movimenti di un ricco cast di comprimari, ha modellato una Venezia multiforme, liquida e solare, brumosa e caotica, resa ora splendente ora malata e insidiosa dalle luci di Fiammetta Baldisseri, con l’acqua a riflettere i continui sbalzi d’umore del protagonista.
E nessuno quanto Britten, nel Peter Grimes come qui, sa trasformare l’acqua in musica. L’orchestra dei Pomeriggi Musicali, capitanata da Daniel Smith, come un sottomarino si immerge a caccia di suoni e colori stravaganti, canti di sirene ed echi di luce, che fatica però a strappare dal fondale di un’eccessiva omogeneità. Latita la melodia, proliferano idee, grumi di suoni che germogliano soprattutto nelle oniriche sezioni affidate alle percussioni.
Voci in evidenza
Il tenore Toby Spence – nel ruolo che Britten scrisse per il compagno di una vita, Peter Pears, in scena per l’intera durata dell’opera - è un Aschenbach musicalmente non sempre ineccepibile ma perfetto nell’interpretazione teatrale, lacerato tra ragione e sentimento, la sua conoscenza del mondo erosa da un istinto che non sa controllare sino alla follia. Al suo fianco, ammirevole la prova di Dominic Sedgwick, che interpreta sette ruoli, maschere che il protagonista incontra e che accentuano la sua frantumazione interiore, tra cui la seducente Voce di Dioniso, cui si contrappone l’algida Voce d’Apollo di Danilo Pastore.
L’oggetto dell’amore di Aschenbach, il fanciullo Tadzio, interpretato da Filippo Polli, è muto ma danza, è energia e luce, così come tutti i ballerini della compagnia Fattoria Vittadini, che grazie alle coreografie di Mattia Agatiello contribuiscono non poco a evitare che l’opera si irrigidisca in una prevedibile staticità.
Alla fine, Aschenbach si spegne su un brivido delle percussioni e si accendono lunghi e meritati applausi per tutti gli interpreti. Si replica domenica alle 15.30: un’occasione che difficilmente ricapiterà a Brescia e che sarebbe bene non lasciarsi sfuggire.



