«Il pubblico non deve avere paura di Death in Venice. Certo, è diversa dalle opere che si ascoltano solitamente a teatro, con un linguaggio sofisticato e lontano dalla tradizione del belcanto, ma è prima di tutto la storia di un uomo che lentamente perde il controllo di sé e si consegna alla bellezza. Non è necessario comprendere ogni dettaglio, bisogna lasciarsi trasportare dentro questo viaggio».
Non trema la bacchetta di Daniel Smith, che inaugura venerdì la stagione lirica del Teatro Grande salendo dirigendo l’opera di Benjamin Britten che mette in musica l’immortale novella di Thomas Mann. Il maestro australiano, da anni in Italia ma al debutto a Brescia, è entusiasta di rendere omaggio al compositore inglese a cinquant’anni dalla scomparsa: «L’opera è un capolavoro in cui l’orchestra è determinante, scava nella psiche del protagonista, ce ne svela sentimenti sepolti e desideri inconfessati. E per farlo non ha bisogno di effetti roboanti, si nutre di piccoli gesti come un colpo di percussioni o una sequenza di tre note».
Maestro, per questo è un’opera difficile da dirigere e quindi poco eseguita e registrata?
La difficoltà è non perdersi nei dettagli. La partitura contiene una quantità enorme di informazioni ed è molto impegnativa per gli strumentisti, ma bisogna sempre ricordarsi che stiamo raccontando una storia e privilegiare sintesi e chiarezza.
L’opera si nutre del confronto tra opposti, Aschenbach e il giovane Tadzio.
Aschenbach rappresenta la razionalità, cerca di controllare il mondo attraverso la parola e infatti il suo ruolo prevede un succedersi di monologhi interiori. Tadzio, invece, è il simbolo della passione e Britten ha l’idea geniale di non farlo cantare, ma solo danzare. È l’orchestra la sua vera voce: ad ogni sua apparizione si illumina, trascinata da un impulso al movimento.

Che ruolo ha Venezia nell’opera?
Non è uno sfondo da cartolina, Britten in laguna si era annotato i suoni delle campane di San Marco e i richiami dei gondolieri, che ritroviamo nell’opera. Ma, soprattutto, Venezia è uno spazio di risonanza, un luogo in cui la provenienza del suono non è sempre immediatamente comprensibile, un labirinto che incanta e disorienta.
Si dice che questa sia l’opera testamento di Britten.
Mi piacerebbe bere un caffè con lui per parlarne (ride, ndr). Vorrei chiedergli molte cose riguardo la musica – penso all’uso del gamelan indonesiano – ma più ancora vorrei capire come in Death in Venice confluisca tutto il suo percorso di uomo e d’artista.
Come è stato il lavoro con la regista Rodula Gaitanou?
Splendido. Abbiamo lavorato, in particolare, sul rapporto tra musica e movimento, e si è creata grande sintonia in tutto il cast. Visivamente, lo spettacolo è magnifico: durante una prova ho smesso di dirigere perché la scena era troppo bella!.
Che cosa vorrebbe rimanesse allo spettatore alla fine della serata?
Death in Venice parla del desiderio, della bellezza, della felicità che inseguiamo anche quando sappiamo di non poterlo possedere. Vorrei che il pubblico si lasciasse trasportare dalla musica dentro questo mondo di straordinaria umanità, che è poi il mondo di tutti noi.



