Chic, choc, top, flop. La testa gira e non è necessariamente per l’aperitivo a stomaco vuoto nel foyer. Non ce la faccio: troppi stili – parafrasando una battuta da «Tre uomini e una gamba». Non ci sono più le mezze stagioni e infatti chissene se è fine settembre, ma pare maggio: la stola di pelliccia è mia e me la gestisco io perché la prima è la prima e la classe non è acqua. E non sono nemmeno le sneakers o lo zaino o la tracolla da lavoro porta schischetta: accessori con i quali ha l’ardire di varcare la soglia del Teatro Grande.
Death in Venice, morte a Venezia: un po’ però muore anche il buongusto dalle parti di chi non si arrende (buone notizie: le truppe della resistenza sono ancora nutrite) all’epoca del «vale tutto» e continua a sventolare alta la bandiera dell’abito che fa il monaco e del contesto che impone l’outfit. Si salva quindi la pelliccia ancorché fuori stagione insieme ai velluti che chiamano pure loro inverno, ma che certamente fanno teatro e che quindi hanno la loro ragion d’essere e fanno atmosfera.
La testa gira di fronte a un rosso: inusuale, ma ci sta dentro uno styling per il resto sobrio e senza eccessi. Però poi, in un crescendo: ecco in raffica un rosso pompeiano, un arancio aragosta, un blu – bello – tenebra. Non si arriverà mica al viola, colore pure stupendo che esalta occhi verdi e capelli castani, ma che a teatro è bandito per le scaramanzie? Che antichità: viola sia. Sdoganato come il nero ai matrimoni. «Alle prime è gradito un dress code “black tie»: eppure l’organizzazione ancora ci prova a dare una dritta dispensando il consiglio di stile in stampa sul biglietto d’accesso al massimo cittadino. «Sì, ma ormai non ci si fa più caso, ci si veste – un sospiro – come ci si sente con la massima libertà e nemmeno il lungo per le signore è di rigore». E infatti, c’è una deliziosa ragazza che opta per un nero asimmetrico che richiama subito l’argomento dello scandale de la semaine – lo scandalo della settima – che verte sulle teorie del ministro degli Esteri Tajani circa la possibilità di valutare l’affidabilità di una donna dalla lunghezza della gonna. «Ehi – si scherza con lei -: se ti guardiamo da sinistra, lato lungo, sei la donna ideale però se ti guardiamo da destra, lato corto, non sei proprio da sposare!».
Comunque no: la polizia della moda non è in servizio al massimo cittadino e quindi in effetti ciascuno si esprime come crede, come sa. Va dove ti porta l’armadio...e magari pure qualche amica alla quale hai pre inviato il tuo outfit, ma non ti vuole troppo bene e ti ha detto «amo, stai un fiore». C’è chi ci ha speso soldi, pensieri e anche ferro caldo per boccoli da gran sera (per par condicio: tutto ciò che decliniamo al femminile vale anche al maschile laddove in caso la messa in piega si sostituisce con un colpo di phon ben assestato al ciuffo). Però c’è anche chi è arrivato così com’era.
Niente però è mai quello che sembra e niente di facile che per qualcuno, quella che dall’esterno si battezza come noncuranza è niente altro che il frutto di una precisa strategia. Tipo: mi si nota di più se mi metto il tacco (o il papillon, o la sciarpetta di seta, o la scarpa di vernice) o se vado di pianelle e spolverino? Terza via: per qualcuno non è né una posa, né sciatteria o anticonformismo per stupire: ciò che indossa, semplicemente gli piace e non è dispiaciuto per gli altri. E ha ragione: il dramma psicologico è solo quello che fa da sfondo alla novella di Thomas Mann che deve essere rappresentata, pazienza se qualcuno guarda e storce il naso.
È un autentico meltin’pot, un allegro calderone il foyer del «Grande»: «Noi – ci rivelano un paio di “palchiste” – siamo state anche alla Scala e sinceramente non vi pensate che là sia chissà che in tema di outfit...». Però c’è roba croccante anche su Corso Zanardelli: vince la trentenne minimal in nero e ballerine, ma alza il premio anche la signora con mantella tendente al borgogna su abito fiorato in palette. Voto dieci. Così come all’occhiale-mascherina dorato che è un pezzone d’arte e sinceramente si capisce da lontano: «Regalo di mio marito, sono l’opera di un artista» ci racconta chi li indossa e che li porta con una nonchalance che fa subito classe. Perché poi è sempre tutto lì: tanto o poco, tutto passa dal come lo si porta a passeggio.
Tra habitué e parvenus in qualche caso è possibile intuire chi appartiene all’una o all’altra categoria. Signore e signori attempati, coppie di mezz’età e gruppetti di amici: i diavoli e gli angeli della moda non fanno prigionieri né distinzione di sesso o età. La testa gira e la standing ovation, a prescindere, è per chi a teatro ci è andato in compagnia della propria personalità. Prima o non prima. Sipario, applausi: pigiama (di seta), grazie.




