Quando è stata fissata la tappa bresciana, era ancora il conduttore di Report. Poi è arrivata l’estate e Sigfrido Ranucci è stato prima sostituito alla guida del programma d’inchiesta e ora pure sospeso dieci giorni dalla Rai. Quale sarà la sua posizione il prossimo 29 ottobre, quando salirà sul palco del Teatro Marconi di Calcinato con «Diario di un trapezista: cronache di resilienza di un reporter», non è dato sapere.
Possiamo dire che per lei è stata un’estate da super trapezista.
E senza rete di protezione, poi. Diciamo che è stata l’estate più complicata della mia vita. Sono anche consapevole che sto combattendo, in questo momento, la battaglia più importante della mia vita. Perché c’è qualcuno che vuole cancellare la mia memoria, il mio passato, la mia dignità, quello che ho rappresentato e rappresento per i colleghi. Dopodiché c’è la gente che ha già capito tutto. Quando vado in giro trovo manifestazioni di solidarietà incredibili: gente che mi dice che mi vuole abbracciare perché prova un dolore fisico rispetto a tutto quello che mi è successo.
In tutta la vicenda riconosce però di aver fatto errori?
Più di qualcuno. Sono stato ingenuo in tante situazioni, però non ho mai rinunciato a essere me stesso e questo è importante.
Che cosa devono aspettarsi le persone che verranno o a vedere il suo spettacolo?
Intanto un messaggio d’ottimismo, perché sopravvivere è una bella scommessa. Ma soprattutto è un omaggio a tutti coloro che, con le loro scelte, mi hanno aiutato a realizzare inchieste di successo. E quindi devo dire solo grazie. È un omaggio anche a tutte le persone che mi hanno aiutato professionalmente.
Che effetto fa sapere che tra poche settimane comincerà Report e lei sarà uno spettatore?
Beh, aspettiamo. Vediamo che cosa decide un giudice. Se deciderà che devo star fuori, starò fuori. Io rispetto sempre le decisioni dei magistrati.
Non le sembra di aver difeso Report per difendere se stesso?
Questo non è assolutamente vero. Penso di aver pagato la capacità di resistere e difendere le inchieste degli altri. Poi il fatto che sia diventato un obiettivo per questo, mi sembra abbastanza chiaro. Non è che mi hanno rimosso perché ho i pantaloni attillati o perchè porto in giro il mio spettacolo. Anzi, quando viene a vederlo, il pubblico apprezza proprio la capacità di svelare il mio lato umano, privato, dietro le grandi inchieste: una narrazione che è stata definita intensa.
Però oggi in Italia si può ancora fare giornalismo d’inchiesta. È d’accordo?
Non è che si può, si deve. Oggi c’è poi un tentativo, con l’utilizzo dei social, di anestetizzare la profondità. È come dialogare ogni giorno con un bibliotecario ubriaco, che dice che la notizia sui social è vera. Così viene premiata la cliccabilità, non la verità. Questo è un problema. E solo la profondità può aiutarci.
Lei come avrebbe raccontato la sua vicenda?
Se uno viene a vedere lo spettacolo, lo capisce. Non potevo che raccontarla come ho raccontato 23 anni di vita: da trapezista. Diciamo che in questo caso il volo tra un trapezio e l’altro è molto più lungo e dilatato. Sarà un salto doppio, triplo.
Non è un controsenso, però, che da giornalista di giudiziaria lei si sia lamentato che gli atti della sua vicenda siano stati resi pubblici? In fondo un cronista di giudiziaria lavora su atti...
No, no, non ho detto questo. Non mi sono mai lamentato che qualcuno raccontasse delle inchieste, ma qui abbiamo superato il livello. Io e tutte le persone al mio fianco siamo stati oggetto di tremila articoli, millecinquecento dei quali diffamanti. E siccome sto mettendo tutto insieme, ho già messo da parte più di centocinquantasei querele. Passerò il resto della mia vita a denunciare le persone. Sono partite già anche trecento, quattrocento lettere per chi ha alimentato il blog dell’infamia. È l’unico modo per difendermi, visto che da vittima dell’attentato sono stato trattato come se ne fossi l’autore. Sono passato dall’essere quello che si era messo la bomba, a quello che truffava e riciclava i carbon credit, poi quello che truffava se stesso con le assicurazioni. Una mattina ero omofobo e predatore sessuale, il pomeriggio gay, la sera andavo a trans e poi sono passato per quello che ha bisogno dello psicologo.
A inizio lista c’era l’essere «amico fraterno» di Lavitola.
Questa è una cazzata. «Fraterno» io non l’ho mai detto. Andate a risentire le mie dichiarazioni: «fraterno» l’ha detto l’avvocato di Lavitola”.
Il rapporto con Lavitola è uno degli errori che ha commesso?
Sono stato contento l’altra sera di aver visto la trasmissione di Giletti, perché c’era Santoro che ha ammesso di conoscere Lavitola. C’erano altri tre, quattro giornalisti poi diventati direttori dei giornali che mi sembra lo conoscessero. Ovviamente me l’ha presentato un giornalista, Ruotolo, quindi… È un personaggio interessantissimo, è stata la scatola nera del Paese. Voglio dire, Lavitola veniva frequentato anche quando faceva un lavoro sporco per gli altri, per un partito. Ricordiamoci poi che è stato uomo anche di Craxi, ma qualcuno questa cosa l’ha dimenticata proprio.

Cosa vuole fare adesso Ranucci?
Aspettiamo. Ho sempre fatto il giornalista d’inchiesta, vorrei continuare a fare il giornalista d’inchiesta. Chi raccontava della mia candidatura diceva una cazzata, chi mi conosce sa benissimo che non mi sono mai proposto. Poi, alla fine, se proprio mi impediranno di far tutto, qualcosa dovrò fare. Sicuramente continuerò il mio impegno civile per le persone più fragili, perché ho sempre cercato di dare voce a loro, mai ai potenti.
Quindi, ad oggi, un ingresso in politica lo esclude?
Non è nella mia agenda. Lo so che qualcuno vorrebbe che entrassi in politica per togliermi dalle scatole del giornalismo. Io vorrei continuare a fare il giornalista. A delegittimarmi non sono riusciti, perché ancora riesco ad avere tanta gente che mi vuole bene e che mi segue. Ma sono riusciti a creare i presupposti, i cunei d’ombra per giustificare la mia rimozione. Ma adesso non parlo più della mia vicenda.
Torniamo allora allo spettacolo che porterà a Calcinato il 29 ottobre, «Diario di un trapezista». Parla anche del Ranucci privato o esce solo il Ranucci conduttore di Report e giornalista d’inchiesta?
Sicuramente ci sono parti che raccontano il mio lato umano, che è quello che non si conosce, ed è una delle cose che più apprezza la gente. C’è chi dice che entra a teatro in un modo e ne esce in un altro dopo la serata. Cioè si sente proprio cambiato, cambia il proprio sguardo sulla vita, sull’informazione. C’è la parte che riguarda l’informazione e la guerra, che è straordinaria perché ha una forza, un’intensità e un’attualità incredibili. E quindi è questo che porta a emozionarsi e a conoscere dei lati dell’uomo che sono sconosciuti.
Quanto è diverso sul palco rispetto a quando va in tv?
Molto, perché cambia completamente il rapporto. Perché, sai, tu la gente la vedi quando sei in televisione molto, molto da lontano e invece a teatro il rapporto è diretto.
Perché ha scelto il trapezista come immagine per il suo racconto?
Trapezista perché quando fai un’inchiesta diventi un obiettivo e il mio direttore mi diceva: «Passa al trapezio successivo perché diventa più difficile colpirti».




