Se la Resistenza ha il piglio audace di una garzona 14enne, il fenomeno dell’emigrazione si specchia nei volti afflitti e coraggiosi di Angela e Michele, due ragazzini in viaggio verso l’America all’inizio del Novecento. Avvicinare la Storia con le storie - avvincenti, irresistibili e profondamente umane - è prerogativa della scrittrice, autrice televisiva e giornalista Vichi De Marchi. Il suo «Le arance di Michele» è da poco stato ripubblicato da Feltrinelli con la prefazione di Walter Veltroni, mentre con «Il segreto del naso di Rioba» (Emons), recente finalista al Premio Castello di Sanguinetto, approderà a Brescia nell’ambito del progetto «Qualcuno con cui leggere» che le farà incontrare quasi seicento studenti. L’abbiamo intervistata.
Ne «Il segreto del naso di Rioba» racconta la Resistenza attraverso gli occhi della quattordicenne Emma. Pensa che vivere la Storia come un’avventura aiuti i giovani lettori a sentirla più vicina?
Sì, sicuramente. Penso che la Storia che si impara a scuola abbia una seconda possibilità di rivivere e di rimanere nella nostra mente più a lungo proprio attraverso la forma del romanzo. Lo diceva anche Calvino: se ciò che studiamo a volte sfuma, ciò che passa attraverso le emozioni, le sensazioni e il piacere della lettura rimane molto più impresso. Nel caso de «Il segreto del naso di Rioba», il mio desiderio profondo era dimostrare come una ragazza o un ragazzo possano, attraverso l’incontro con certi momenti della Storia, avere uno scossone, rinunciare all’apatia o al silenzio per agire e partecipare. Il tema della partecipazione, dell’esserci, è forse il messaggio principale di questo libro.
Ha scritto biografie di scienziate e libri che affrontano temi come la fame e l’emergenza alimentare: come costruisce l’equilibrio fra intrattenimento e contenuto educativo?
È una delle sfide che preferisco. In genere parto sempre dalla realtà per ispirarmi e storie che poi alla realtà ritornano. Mi ha aiutata molto sperimentare linguaggi diversi, come la TV per ragazzi (Rai Sat) e la divulgazione. Leggo moltissimi saggi e documenti; poi trattengo ciò che mi colpisce e lo trasformo in elementi romanzati. Per le biografie di scienziate, scelgo sempre di partire dalla loro infanzia per mostrare ai giovanissimi il germe di una passione diventata poi eccellenza, capace di superare ogni barriera.
Ricorda un libro che l’ha segnata?
Tra le mie prime letture ricordo senz’altro «Cuore» e «Piccole donne»: li ho amati tantissimo. C’è stato però un romanzo, letto in adolescenza, che mi ha colpita più degli altri: «Una lepre con la faccia da bambina» di Laura Conti, che per prima denunciò il disastro della nube di diossina fuoriuscita nel 1976 dalla fabbrica Icmesa di Seveso. Quel romanzo faceva esattamente quello che poi ho cercato di fare io in molti miei libri: raccontare un fatto vero attraverso una storia inventata.
Quali personaggi la affascinano di più?
Quelli che si trasformano, nel bene e nel male. Accade anche a noi ed è importante farlo capire a bambini e a ragazzi. Io scrivo principalmente per quella fascia che va dagli 8-9 anni fino ai 13-14 anni, un’età in cui si cambia moltissimo.

C’è una vicenda che più di altre ha in animo di raccontare?
Non sono una scrittrice che produce tantissimo; credo che oggi si pubblichi troppo e che dovremmo rallentare per accompagnare meglio le nostre creature letterarie. Sto però riflettendo su una storia, ancora in fase embrionale, legata ai momenti cruciali del secolo scorso.
Lei è spesso protagonista di incontri coi giovani lettori. Quanto sono importanti progetti di promozione della lettura?
Sono iniziative fondamentali: «Qualcuno con cui leggere», di cui sarò di nuovo ospite, raggiunge circa 5.000 studenti, partendo dalla scuola dell’infanzia fino agli istituti professionali. Questo è un punto importante: spesso si va in scuole dove gli studenti hanno già una buona attitudine alla lettura, dimenticandosi di realtà più focalizzate sul fare. E tanto più oggi, con la concorrenza di smartphone e tablet, queste campagne sono vitali. Le mie più grandi soddisfazioni sono nate proprio da questi incontri. E poi, indirettamente, questi progetti supportano l’impegno degli adulti, dei docenti, nella creazione, ad esempio, di biblioteche di classe, e dell’ora di lettura libera, dove i ragazzi possono scegliere cosa leggere e consigliarsi tra loro. Se si appassionano a un libro, scoprono un mondo. In questo il ruolo della scuola è centrale: se lascia del tempo per coltivare anche la possibilità della lettura libera riesce a stimolare anche chi ha meno input a casa.
Pensa che un libro possa davvero cambiare la vita?
Penso che i libri siano importantissimi nel percorso di crescita. Quando un romanzo ti colpisce, ti apre un orizzonte e ti mostra un mondo altro. Perché la grande forza delle storie sta nella capacità di convogliare emozioni e sensazioni, oltre il racconto dei fatti. Lo sosteneva Gianni Rodari nella «Grammatica della fantasia»: le storie allenano l’immaginazione, che è uno strumento potente per prefigurare la propria vita futura. Spiegava che le parole gettate nella mente producono delle onde, cioè nuove associazioni e pensieri inaspettati anche riguardo alla propria esistenza. Pensieri che ti fanno dire: «Vorrei fare questo, vorrei fare quello».
Una scintilla che accende il futuro, insomma...
È stato vero per grandi scrittori come Natalia Ginzburg o Cesare Pavese, che raccontavano come nell’adolescenza l’incontro con un libro sia stato loro decisivo. Lo sperimento tuttora anch’io. Non devo certo inventarmi una vita da zero, ma basta un libro di viaggio per suscitarmi interesse per un luogo o una nuova cultura. Non solo. Credo che i giovani, i giovanissimi e i bambini oggi abbiano un forte bisogno di àncore per stabilizzarsi. Viviamo in un mondo di grandissime incertezze, fragilità e pochissime prospettive; i libri e le storie possono essere gli ancoraggi giusti da cui trarre forza per intraprendere il cammino.




