«Amore tossico e amicizie: invito i ragazzi a non fidarsi dalle apparenze»

Con i suoi ultimi due romanzi, la scrittrice Annalisa Strada offre ai ragazzi strumenti per allenare il pensiero critico
Laura Ogna
La scrittrice Annalisa Strada
La scrittrice Annalisa Strada

Imparare a leggere la realtà, riconoscere ciò che si nasconde dietro le apparenze, mettere in discussione le proprie certezze. La letteratura può diventare una straordinaria palestra di pensiero critico, ma anche uno strumento di educazione affettiva, capace di aiutare i ragazzi a dare un nome alle emozioni e a trovare le parole per raccontare ciò che provano. È il filo conduttore che unisce «Toxic. Storie vere di falsi amori», appena pubblicato da De Agostini, e «Hai visto Andrea?», uscito per Pelledoca. Due libri molto diversi, entrambi scritti da Annalisa Strada, accomunati dal desiderio di invitare i giovani lettori a non fermarsi alla prima impressione e a sviluppare uno sguardo più attento e consapevole su se stessi e sugli altri.

«Toxic. Storie vere di falsi amori», raccoglie sette storie ispirate a fatti realmente accaduti, a partire dalle testimonianze raccolte da Differenza Donna. Storie che raccontano la violenza prima ancora che diventi evidente: quando la gelosia viene scambiata per amore, il controllo per attenzione, l’isolamento per protezione. Il libro è anche uno strumento di educazione affettiva, con approfondimenti e attività per imparare a riconoscere i segnali di una relazione che, invece di farci crescere, finisce per limitare la nostra libertà. Abbiamo sentito l’autrice.

Annalisa, quale obiettivo si prefigge con i suoi lavori?

«Toxic» vuole essere una sorta di manuale di consapevolezza rivolto a tutti. Non si tratta soltanto di aiutare le ragazze a riconoscere determinati comportamenti, ma anche di invitare i ragazzi a interrogarsi sui propri modelli di relazione e sul confine tra affetto, possesso e controllo.

Uno degli elementi ricorrenti nelle storie è che la violenza non compare improvvisamente, ma comincia con piccoli gesti che possono sembrare persino romantici. Perché è così difficile riconoscerli?

Perché la gelosia può essere interpretata come attenzione, il controllo scambiato per cura. Condividere la propria posizione, per esempio, può essere un gesto di attenzione se nasce da una scelta libera e reciproca. Ma cambia significato se diventa: «Voglio sapere dove sei, con chi sei». È importante capire quando un affetto si trasforma in qualcos’altro. E questa consapevolezza deve riguardare sia chi subisce certi comportamenti, sia chi li mette in atto. Fondamentale anche lo sguardo degli amici, che spesso riescono a cogliere segnali difficili da riconoscere per chi è coinvolto nella relazione.

Possiamo davvero fare educazione sentimentale attraverso la letteratura?

Credo sia fondamentale una vera e propria alfabetizzazione dei sentimenti. Dare un nome alle emozioni, trovare le parole per raccontarle, e riconoscere nelle storie determinate dinamiche aiuta a comprenderle. La letteratura ci permette di vivere esperienze attraverso gli altri, offrendoci la distanza necessaria per vedere ciò che, quando ci riguarda direttamente, fatichiamo a riconoscere.

In «Toxic» invita i ragazzi a guardare oltre le apparenze. In «Hai visto Andrea?» la protagonista è una tredicenne che non si accontenta delle spiegazioni più semplici e cerca la verità sulla scomparsa di un amico. Lo sguardo critico è uno dei fili conduttori della sua scrittura?

Assolutamente sì. In «Hai visto Andrea?» le relazioni aiutano anche a scoprire verità scomode. Gli amici diventano alleati, capaci di sostenerti nei momenti difficili. E poi c’è il giallo, una straordinaria palestra di pensiero critico. Nel giallo non sei soltanto spettatore, diventi partecipe. Osservi, cerchi collegamenti, formuli ipotesi e impari a metterle in discussione. È una capacità preziosa anche fuori dai libri: non fermarsi alla prima impressione, guardare la realtà da prospettive differenti. La narrativa, inoltre, permette di affrontare anche temi difficili e dolorosi, aiutando i ragazzi a interrogarsi sulla realtà. In fondo l’obiettivo è proprio questo: sviluppare uno spirito critico e, insieme, trovare le parole per parlare a se stessi e agli altri.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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