A domanda volutamente provocatoria si definisce più woke che non. Palesa con orgoglio la sua distanza da ciò che concerne l’AI e si bea di rifilare bordate da Trump a Netanyahu. Definisce il primo «un permaloso che dice sempre il contrario della verità»; mentre rispetto alle malefatte del secondo ammette di «non sorprendersi nemmeno più». Un Pordenonelegge nel segno della libertà sceglie il placido carisma di Salman Rushdie per inaugurare un’edizione di resistenza, che allo scrittore indiano naturalizzato britannico ha assegnato il premio speciale Ambassador of Freedom, in condivisione con Sergio Mattarella, che chiuderà la rassegna domenica, e Vera Politkovskaja, in vece della madre Anna. «Qualsiasi legame con lei è un onore - asserisce convintamente lo scrittore -: l’ho sempre ammirata per il suo lavoro». «E poi - aggiunge sornione, con l’occhiale dalla lente scura e le cicatrici che gli arzigogolano la guancia - ricevere un premio è sempre meglio che non riceverlo». L’abbiamo intervistato.
Rushdie, in un mondo attraversato da guerre che cosa significa continuare a difendere la libertà di pensiero?
Non sono le guerre il problema, ma il comportamento dei governi che le promuovono. È il caso del Paese dove risiedo, gli Stati Uniti, in cui ad essere sotto attacco sono sia la stampa che i comici. Malvisti ad un presidente permaloso e senza alcun senso dell’umorismo. Ma noi scrittori siamo ostinati e continueremo a dire ciò che dobbiamo.
A tal proposito che cosa ne pensa delle intimidazioni del governo israeliano ai registi del documentario «Naza», recentemente premiato a Venezia?
Ho visto qualcosa. So che il governo israeliano ha addirittura proposto di togliere la cittadinanza ai registi. Ma d’altra parte non mi sorprende più nulla di ciò che fa Netanyahu. Mi congratulo invece con questi filmmaker per il loro coraggio.
Anche il presidente Usa è una minaccia al diritto d’espressione?
Non solo al diritto d’espressione, ma una minaccia in assoluto. Fortunatamente mancano meno di 50 giorni alle elezioni di Midterm, per cui magari le cose cambieranno.
Sempre Trump ha ridimensionato i timori degli esperti che hanno espresso preoccupazioni sul progresso incontrollato dell’AI. Che ne pensa?
Sono felicemente ignorante sull’AI, ne so molto poco e vorrei mantenere le cose come stanno. Ma anche se non sono un esperto posso dire che in generale tutto ciò che Trump dice è il contrario della verità.
Come giudica le attuali tensioni tra Occidente e Islam radicale e la risposta dei governi occidentali alla minaccia dell’estremismo religioso?
Il regime iraniano è terribile, ma non ritengo giusto ciò che gli Stati Uniti stanno facendo, perché si sta rivelando controproducente. Non ha portato, né porterà, a un miglioramento della situazione per la popolazione iraniana. Anzi, temo che il regime ne uscirà più forte.
Come considera l’attacco che ha subito nel 2022, oltre trent’anni dopo la fatwa dell’ayatollah per i «Versi Satanici»?
Ho scritto quel libro moltissimo tempo fa (1988, ndr) ed era il mio quinto scritto, nonché quarto romanzo. Ad oggi sono arrivato a 23 e ciò significa che la maggior parte della mia attività di scrittore si è svolta dopo quell’evento. Per oltre venticinque anni ho percepito fosse un argomento chiuso, un tema finito, e ho condotto una vita ordinaria tra eventi letterari, conferenze e firmacopie. Considero quello che è accaduto un attacco isolato e non l’inizio di una nuova fase di minaccia.

Come ha reagito all’attentato?
Esattamente come ci si aspetterebbe. Ho provato un infinito dolore ed ero certo che sarei morto. Quello che è accaduto dopo è stato sentirmi estremamente fortunato di essere sopravvissuto. Ci ho guadagnato una grande consapevolezza del valore del presente e di ciò che ci è concesso su questa terra. Il mio motto adesso è: usa il tempo che hai per fare cose importanti.
Domani sera a New York (oggi per chi legge, ndr) è in programma la prima del documentario «Knife: The Attempted Murder of Salman Rushdie». È emozionato?
Prima di tutto dovrò cercare di arrivarci, visto che al momento sono qui a Pordenone e i piani di viaggio sono piuttosto complicati (ride). Credo sia un bel documentario e posso dirlo perché non è opera mia. Alex Gibney è uno dei migliori documentaristi in circolazione, come testimonia anche l’Oscar. La colonna portante del film è un diario registrato da mia moglie Rachel, che è una videografa: per un anno ha ripreso i nostri tentativi di capire la tragedia che ci è capitata. Ha ripreso le ferite e la guarigione, finché mi sono ristabilito. Per me sarà molto difficile guardarlo, ma sono certo che il pubblico lo apprezzerà.
Rispetto al suo lavoro di scrittore, nei suoi romanzi l’immaginazione non è escapismo ma un modo per raccontare la realtà. Qual è il confine tra storia e invenzione?
Ho sempre pensato che lo scopo dell’immaginazione non sia evadere dalla realtà, ma dimostrarla. Prima di essere uno scrittore ho studiato storia all’Università. Mi sono sempre percepito a metà, cercando di coniugare fatti e immaginazione. Una cosa che, se la fai bene, è illuminante.
«L’undicesima ora», suo più recente lavoro, è un elogio all’incertezza?
Questa raccolta di racconti brevi è infestata dall’incertezza perché l’incertezza è un dato di fatto nella vita. Sono perplesso di fronte alle persone granitiche. L’incertezza è la strada che conduce alla verità. E c’è poi una vena comica, perché l’incertezza caldeggia la comicità.
Il titolo richiama anche una metafora biblica. Che rapporto c’è coi testi sacri?
Ho spesso letto con piacere il Vecchio Testamento, perché è pieno di storie piacevoli e divertenti, ma non è che ci creda. In ogni caso nella raccolta ci sono riferimenti a storie di provenienza diversa, una anche dall’Italia. Uno dei miei mentori è stato infatti Italo Calvino, che mi ha esortato a scrivere fin dagli esordi. Perciò noterete una sorta di «calvinismo» nelle mie storie (ride ancora, ndr). Ma avevo un rapporto strettissimo anche con un Umberto Eco, mio grandissimo amico. Con Mario Vargas Llosa formavamo una specie di gang e andavamo in giro a presentare i nostri libri e tenere conferenze. Ora, purtroppo, sono l’unico rimasto del gruppo.




