E il simbolo della Lombardia e il nome di un formaggio parecchio gustoso. Ha dato il nome a un premio e fa pure capolino in qualche gioco da tavolo. Parliamo della Rosa Camuna, traccia millenaria dei popoli camuni e oggi emblema moderno della nostra regione. Ma che significato ha – o meglio aveva – quel pittogramma preistorico che pare evocare la forma di un fiore?
A quello che resta uno dei simboli più misteriosi della preistoria ha provato a dare soluzione il ricercatore camuno Gaudenzio Ragazzi, che dal 1999 studia il significato cosmologico di queste incisioni in Valcamonica. Lo abbiamo intervistato per farci svelare come i sacerdoti di 2500 anni fa leggevano il cielo attraverso la pietra.

Nell'immaginario comune le incisioni rupestri sono ritenute espressioni di arte spontanea. La sua ricerca, invece, ribalta completamente questa visione. Cosa erano davvero questi segni?
Al contrario di quanto si possa pensare, l'atto di incidere la roccia aveva poco a che fare con la fantasia o la creatività. Siamo di fronte a una forma di arte sacra estremamente rigorosa. I Camuni seguivano regole geometriche e rituali rigidissime, strettamente connesse alle loro credenze metafisiche. Per loro la roccia non era un semplice supporto, ma un elemento magico: incidere un segno sulla pietra significava farlo agire in perpetuo, inserendolo per sempre negli stessi meccanismi cosmologici che muovono l’universo.
Il cuore della sua scoperta riguarda le coppelle, quelle piccole incavature che caratterizzano la Rosa Camuna. Che funzione avevano?
Le coppelle sono la chiave di tutto: formano una vera e propria mappa del cielo. Studiando i moduli di coppelle a Sellero, Plemo (Esine), Dos Sulìf (Paspardo) e Luine (Darfo Boario Terme), abbiamo dimostrato che non sono disposte a caso. Per l’uomo camuno del VII-IV secolo a.C., prolungare verso l’orizzonte la linea che univa due o più coppelle permetteva di individuare con precisione millimetrica il punto in cui sarebbe sorto o tramontato il sole in giorni cruciali dell'anno, come i solstizi e gli equinozi.

Quali allineamenti avete registrato di preciso sul territorio?
I dati sono straordinariamente coerenti. A Plemo abbiamo rilevato l'allineamento con il solstizio d’estate, quello d’inverno e l’alba e il tramonto dell’equinozio. A Sellero sono comparsi i due solstizi, mentre al Dos Sulìf il solstizio d’estate. Ma non c'è solo il sole: grazie alle misurazioni effettuate con l'archeoastronomo Walter Ferreri tramite il teodolite, abbiamo scoperto che in un caso le coppelle indicano la posizione della stella fissa Vega.
Questo significa che l'artista camuno era prima di tutto uno scienziato?
Sì, l'artefice era una figura complessa: un sacerdote-astronomo. Oggi sappiamo con certezza che l'incisione avveniva in due tempi. Prima veniva tracciata la mappa del cielo – cioè il modulo di coppelle – calcolandola in base al profilo delle montagne locali all'orizzonte. Solo in un secondo momento, l'artista-sacerdote inseriva la forma flessuosa della rosa all'interno di quel contesto astronomico.
Esistono due forme principali di Rosa Camuna: quella quadrilobata (a petali) e quella a svastica. Che differenza c'è tra le due?
Hanno moduli geometrici completamente diversi: la quadrilobata ha nove coppelle disposte a quadrato, quella a svastica le ha disposte a croce. Pur avendo forme divergenti, la loro funzione originaria è la medesima, congegnata per indicare direzioni specifiche dello spazio. Non possiamo attribuire un solo significato a due forme così diverse, ma la radice da cui nascono è comune ed è legata alla misurazione del tempo.

Ci può dare un'anticipazione del saggio che pubblicherà a breve? Come si è arrivati a quella forma geometrica così particolare?
La forma della Rosa Camuna non è un'invenzione geometrica astratta, ma il risultato grafico dell'osservazione dell'ombra. Il sacerdote-astronomo utilizzava uno gnomone, ovvero un bastone piantato a terra per misurare i movimenti del sole e della luna attraverso l'ombra proiettata. Il disegno flessuoso che oggi tutti conosciamo non è altro che la stilizzazione del percorso ciclico ed eterno degli astri proiettato sul terreno nel corso dell'anno.
Lei oggi è impegnato a portare questi contenuti nelle scuole della Valcamonica. Perché è così importante parlarne ai giovani?
Parto da una riflessione profonda: se la scuola trasferisce i saperi del territorio agli studenti, dà loro radici. Solo se i giovani camuni comprendono l'identità profonda e millenaria del luogo in cui vivono, avranno la possibilità di costruirsi un futuro consapevole e sostenibile proprio qui, nella loro terra.




