«Renata Tebaldi è stata la cantante italiana più ammirata al mondo. Questo libro è l’iniziale risarcimento a una delle artiste forse più fraintese della storia». Ribalta un tavolo fitto di carte, stampe e santini melodrammatici lo storico dell’arte (dal curriculum avventuroso) Paolo Lucas Vianini, nato a Buenos Aires e ora salodiano di adozione, autore del libro «Il soprano perfetto», AIEP editore. «Durante i corsi del professor Paolo Cossato all’Università di Venezia ne ho ascoltato per la prima volta la voce – racconta Vianini –. È stata la folgorazione. Da allora è entrata nella mia esistenza. Ho letto (in varie lingue) tutti i libri a lei dedicati, consultato centinaia di nuovi documenti, comprato 150 rotocalchi d’epoca (acquistati anche ad aste internazionali), contattato fan club, collezioni private, associazioni che la celebrano (in primis la Fondazione Renata Tebaldi di San Marino), intervistato suoi amici e colleghi, spulciato l’epistolario, studiato gli archivi Rai, compiuto ricerche iconografiche, ricostruito le sue abitudini alimentari. Ho perfino letto i registri delle pompe funebri che ne curarono le esequie. Mi sono addentrato nelle fonti minori per rintracciare indizi che me ne svelassero la personalità. Molte le scoperte importanti».

Per esempio?
Ho analizzato il testamento in cui nomina erede universale Ernestina Viganò «la Tina» (il suo angelo custode). Ho pubblicato due lettere inedite in cui sfodera gli artigli contro Maria Callas, chiamata «strega di Hollywood» (a dispetto dell’immaginetta mansueta e conciliante su di lei appiccicata: timbro paradisiaco, certo, però capace anche di staffilate). Inghiottita dalla mitologia della rivale e trascinata suo malgrado dentro sterili confronti oppositivi binari, in un dualismo artistico ancor oggi irrisolto (il canto dionisiaco della divina Maria opposto a quello apollineo dell’angelo Renata). Ho problematizzato il ruolo della madre Giuseppina (onnipresente, soffocante, castrante), della domestica Tina (vestale devota, perdutamente innamorata di Renata, che distrusse lettere e le fece terra bruciata intorno per isolarla dagli ammiratori). Ho letto per la prima volta il diario clinico redatto da Viganò negli ultimi mesi di vita della cantante (malattie, medicinali, crisi di pianto, la disperante e commovente umanità). Alcuni «tebaldiani» mi hanno tolto il saluto, il soprano Aprile Millo è furiosa. Ma solo se la bellezza è innestata nella verità può risplendere con luce reale e abbagliante.
Cosa l’ha colpita di più?
Uno stridente contrasto: da una parte, la diva internazionale che ammalia l’imperatore del Giappone, canta per J. F. Kennedy, conquista il pubblico di New York per oltre decennio (era chiamata «miss Sold out»), finisce sulla copertina di Time, con una stella cementata sulla Hollywood Walk of Fame, un astro omonimo nella costellazione dell’Acquario; piazze, vie, targhe automobilistiche, premi a suo nome. Dall’altra, una signora vissuta all’ombra del campanile di Langhirano. È diventata regina senza mai smettere i panni della ragazza appartata.
Che diversa figura ha tratteggiato?
È un’immagine inaudita, sfaccettata, tridimensionale. Sguardo blu profondo, volto dolce e tenace, risate domestiche e fossette volitive sulle guance («iron dimples» le chiamavano negli Usa); e, insieme, oltre il mito, oltre l’agiografia, donna fragile, rigida, così composta da diventare insicura, complessata, dai repentini mutamenti d’animo; che scaccia dispiaceri, distrazioni, dolori fisici e spirituali con stoicismo e imperturbabilità; che esaspera l’ordine e lo trasforma in prigione; la cui dedizione assoluta alla musica diventa intransigenza e distacco; artista dal repertorio completo giammai limitato: 53 ruoli completi, 34 anni di carriera, l’abbandono delle scene con ancora in corpo la voce più bella del secolo.



