Nessun San Giuseppe («una figura anziana, lo intristiva»), solo Madonne con Bambino. Moltissimi paesaggi (Venezia, Posillipo, Napoli, Parigi). E poi scene mitologiche con giovani (sempre bellissimi), nudi femminili, architetture simmetriche. L’arte collezionata da Silvio Berlusconi era classica e retorica. Soprattutto, era mastodontica. Parliamo solo della sua quadreria di Arcore, alimentata negli anni acquistando rigorosamente a notte fonda dalle televendite di Telemarket e di altre emittenti simili: 25mila pezzi. Che, ora, chissà che fine faranno: l’enorme magazzino di viale Monte Rosa – quello che il Cavaliere sognava di allestire con una facciata che ricordasse una stazione parigina di fine Ottocento e che mostrava a tutti con grande orgoglio – diventerà un discount, come riporta il Corriere della Sera.
Negli scorsi mesi, raccontano, c’è stato un gran via vai di furgoncini, ma del destino delle opere d’arte – dipinti e sculture – non si conosce ancora nulla. «Molte saranno state cedute, e quelle con problemi di conservazione o tarli immagino saranno state eliminate. Peccato. Berlusconi ne sarebbe stato triste»: a parlare è Lucas Vianini, quarantenne che per diversi anni ha curato la quadreria di Berlusconi catalogando le opere e allestendo lo spazio.

Vianini è nato a Buenos Aires ed è cresciuto a Brescia: ha frequentato il liceo Leonardo prima dell’accademia di belle arti di Venezia e prima della laurea in Storia dell’arte alla Sapienza di Roma. Proprio a Brescia tornò per lavorare per Alessandro Orlando e Telemarket, la storica emittente che proponeva aste d’arte, che Silvio Berlusconi frequentava telefonicamente con assidua puntualità. «Oggi ho una galleria d’arte a Salò e sto scrivendo un libro sul soprano Renata Tebaldi, rivale di Maria Callas, che sarà pubblicato da Aiep».
Vianini, c’erano davvero 25mila opere?
Sì, circa 25mila quadri e sculture, che io ho suddiviso per generi creando un allestimento che doveva compiacere il gusto del committente con una visione coerente. Credo di esserci riuscito. Mi espresse diverse volte la sua soddisfazione.
Si parla spesso del fatto che le acquistasse guardando le televendite. Era davvero così?
Nella prima fase della sua carriera Berlusconi si rivolgeva a Cesare Lampronti e a Vittorio Sgarbi. Poi sì, acquistò soprattutto attraverso le televendite, di notte.
Su Telemarket, quindi?
Sì, anche. Ma pure da mercanti napoletani.
Lei arriva, appunto, da Telemarket…
A Brescia ho lavorato per Alessandro Orlando, re delle televendite e protagonista del famoso meme «Due milioni di euro in cash mi devi dare». Il Cavaliere mi ha notato proprio perché guardava tantissime televendite, gli sono piaciuto e mi ha chiesto di occuparmi della collezione. Le opere erano così tante che c’era bisogno di un allestimento sui generis. È così che ha preso forma la grande quadreria.

Qual era il gusto del Cavaliere?
Prediligeva un’arte molto classica, retorica. Era un gusto decisamente accademico. Una mia idea fu quella di classificare le numerosissime figure femminili in base al tipo di bellezza: bionde, rosse e così via. Non era un modo per considerarle oggetti, ma una classificazione estetica, quasi edonistica. Le femministe probabilmente si offenderanno. Se ci fossero stati uomini, li avrei classificati allo stesso modo, mori o biondi, ma non ce n’erano.
Un dettaglio che riflette l’attitudine di Berlusconi, oltre che il suo gusto artistico...
Sì, ma sempre con rispetto. Oggi viviamo in un’epoca bigotta che stigmatizza il corpo, ma Berlusconi ammirava genuinamente la bellezza.

C’erano nomi di grande rilievo?
Nei nuclei storici – la Pinacoteca di San Martino, la Collezione Belvedere a Macherio, Villa Certosa e Villa Lampara — erano presenti nomi importantissimi: Francesco Guardi, il vedutismo veneziano, opere della scuola raffaellesca, della scuola urbinate. Erano però acquisizioni precedenti alla mia epoca. Successivamente c’erano soprattutto autori di fama locale, non nomi così roboanti.
In cosa consisteva il suo ruolo di curatore?
Catalogavo le opere, le allestivo e arredavo gli ambienti e le residenze di famiglia. Per esempio una grande villa sulla via Appia l’avevo arredata con vedute del Foro, del Colosseo e dell’architettura romana. Lo stesso valeva per gli appartamenti di un progetto immobiliare in Brianza, a Merate, realizzati dagli architetti Botta e Redaelli: ciascuno aveva uno stile diverso, dal country al barocco. Io abitavo a Villa Gernetto e Berlusconi mi invitava spesso da lui. Non ero soltanto un collaboratore, ma anche un amico. Mi telefonava il sabato a mezzanotte per chiedermi come stessi. Se fossimo stati in una corte rinascimentale, sarei stato il giullare che intratteneva il potente con l’ironia.

Il magazzino diventerà un supermercato. Che cosa avrebbe detto, verosimilmente e senza sensazionalismi, Berlusconi di questa vicenda?
Sarebbe stato certamente molto amareggiato. Conoscevo l’entusiasmo con cui aveva creato quella collezione. Era un uomo che amava profondamente la vita e temeva moltissimo la morte. Vedere la fine di una sua creatura sarebbe stato per lui quasi un presagio della propria scomparsa e lo avrebbe turbato. Non critico però la scelta: chi oggi se ne occupa avrà informazioni e motivazioni che io non conosco. Lui, di quella collezione, era orgogliosissimo. La mostrava a tutti. Chi la visitava rimaneva inevitabilmente colpito.




