Il Premio Campiello incanta Brescia: la serata coi finalisti al Capitolium

Ermanno Cavazzoni, Marcello Fois, Alcide Pierantozzi ed Elena Varvello ospiti in città nella serata organizzata da Umana con la Fondazione Il Campiello, Fondazione Brescia Musei e Confindustria Brescia
Nicola Rocchi
Gli autori finalisti del Campiello al Tempio capitolino - Foto New Reporter Papetti © www.giornaledibrescia.it
Gli autori finalisti del Campiello al Tempio capitolino - Foto New Reporter Papetti © www.giornaledibrescia.it

Non potevano trovare luogo più affascinante gli organizzatori del Premio Campiello, che ha fatto tappa per la prima volta a Brescia. Nel cuore della Brixia romana, con il Tempio capitolino sullo sfondo, sono stati presentati gli scrittori candidati al Premio, giunto alla 64ma edizione, che sarà assegnato al Lido di Venezia il 3 ottobre prossimo.

Nell’incontro - organizzato da Umana in collaborazione con la Fondazione Il Campiello di Confindustria Veneto, promotrice del Premio, e con Fondazione Brescia Musei e Confindustria Brescia - il pubblico ha potuto ascoltare quattro dei cinque finalisti, che il nostro giornale ha intervistato nei giorni scorsi: Ermanno Cavazzoni («Storia di un’amicizia», Quodlibet), Marcello Fois («L’immensa distrazione», Einaudi), Alcide Pierantozzi («Lo sbilico», Einaudi) ed Elena Varvello («La vita sempre», Guanda), intervistati da Alessandra Tedesco e accompagnati dalle letture di Giuseppe Cederna e dalle musiche del quartetto Oltre Swing Lab. Assente Valeria Parrella («La ragazzina», Feltrinelli) che ha mandato un breve scritto.

Ad accogliere gli autori Pietro Ghetti per il Comune, Debora Massari per la Regione, Francesca Bazoli, presidente di Brescia Musei, Marco Capitanio, vice presidente di Confindustria Brescia, Raffaele Boscaini, presidente del Premio e di Confindustria Veneto. Maria Raffaella Caprioglio, presidente di Umana, ha sottolineato il carattere democratico e trasparente del Premio, affidato a una giuria popolare di trecento lettori anonimi.

La platea al Capitolium - Foto New Reporter Papetti © www.giornaledibrescia.it
La platea al Capitolium - Foto New Reporter Papetti © www.giornaledibrescia.it

Protagonisti

La parola è quindi passata agli scrittori, quattro voci molto diverse tra loro ma accomunate nel raccontare vite un po’ «disequilibrate» rispetto alla realtà in cui agiscono.

Alcide Pierantozzi ha messo a nudo ne «Lo sbilico» la sua convivenza con «un cervello nato storto», la quotidianità della malattia psichiatrica. «Lo sbilico - dice - è soprattutto il disastro della medicalizzazione psichiatrica vissuta in Italia dalla maggior parte delle famiglie, per una mancata psico-educazione. Tante persone si spaventano ancora alla parola “psiche”». E il malato è spesso considerato «non produttivo»: «Il mio libro è la dimostrazione che una malattia psichiatrica non riduce la persona a quella etichetta».

Elena Varvello ha ricostruito e romanzato le vite dei nonni Francesco e Teresa, trascinate negli eventi storici del primo ’900. «È stata la mia grande ossessione. Mia madre mi spingeva a guardare la vita di suo padre che non c’era più, e mi ripeteva quanto le mancasse. Io ho provato a trovarlo e riportarglielo, a modo mio, provando a immaginare quello che non sapevamo, perché mia madre era molto piccola quando lui sparì in un lager tedesco». Fu un nonno non amato dalla madre, «un non amore che l’ha spinto all’azzardo, a sfidare la vita».

Le opere in finale - Foto New Reporter Papetti © www.giornaledibrescia.it
Le opere in finale - Foto New Reporter Papetti © www.giornaledibrescia.it

Attraversa il secolo breve anche il romanzo di Marcello Fois, una saga familiare che ha al centro la figura di Ettore Manfredini, procedendo a ritroso dal giorno della morte attraverso il «materiale viscoso e granuloso» della sua vita. «L’immensa distrazione ha molti significati: è nel vivere che distrae dal morire, ma è anche la stagione di immensa distrazione in cui oggi viviamo, rispetto ai fatti storici che ci hanno preceduto.

Manfredini, grande imprenditore, uomo intelligente e colto, è uno che dice: se sei distratto rispetto alla storia che ti ha attraversato non puoi fare niente di utile. Al momento della fine, riesce a vedere tutte le cose che non aveva mai visto prima: la morte lo rende un narratore onnisciente», capace di «rendere straordinario l’ordinario».

Stralunatezza e rigore intellettuale si mescolavano in Gianni Celati, lo scrittore di cui Ermanno Cavazzoni fu grande amico. Nel suo libro ricorda i loro dialoghi e i surreali personaggi incontrati vagabondando insieme nella pianura. «Parlavamo dell’“Orlando furioso” come due tifosi di calcio che si esaltano commentando le partite. Celati è stato uno degli scrittori più importanti del secondo ’900, ma io non volevo raccontare la sua biografia: volevo - ha aggiunto Cavazzoni - che questa amicizia, le infinite chiacchiere, le avventure, i progetti non realizzati, non andassero perduti».

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