Un prestigiatore delle parole; un acrobata in bilico sullo sbilico. Uno, nessuno e centomila: come i farmaci e come i corvi che affollano a volte le sue allucinazioni. Il suo libro, finalista sia al Premio Campiello che allo Strega, è una struggente cronaca autobiografica della convivenza con la malattia psichiatrica e allo stesso tempo un’elegia a sua madre, ma non tutte e due le cose insieme. «Il libro inizia e finisce con lei, che ne è la vera protagonista. Ma non perché penso che sia colpa sua se sono impazzito». Non si nasconde dietro eufemismi, Alcide Pierantozzi, che del mettersi a nudo è diventato maestro. Al punto che dopo l’uscita de «Lo sbilico» (Einaudi) ne ha messo sotto chiave le pagine «perché c’è il rischio che rileggendo le parti in cui racconto certe psicosi, quelle psicosi si riattivino. Allora devo difendermi e devo difendere la mia mente dal mio libro».

Pierantozzi, quindi il successo è un balsamo o la celebrità la sta destabilizzando?
Da una parte mi ha peggiorato molto. Appena uscito il libro sono stato molto più male, al punto che la terapia attuale è superiore rispetto a quella che ho raccontato. Detto questo i premi sono stati comunque in grado di distrarmi dai miei incubi e dai pensieri ossessivi. Allo stesso modo il riconoscimento delle persone mi emoziona, ma sollecita la sindrome dell’impostore di cui soffro.
L’essersi messo totalmente a nudo le rende più facile rapportarsi con gli altri o la sovraesposizione è un trigger?
In realtà è abbastanza identico. Sono sempre stato lo strano della situazione e i miei amici sapevano già tutto di me e delle mie terapie. Certo, c’è il rischio che chi ha letto il libro senza conoscermi possa temermi e pensare che io sia pericoloso, aggressivo o comunque molto più cupo di quello che sono. Ma la verità è che chi ha letto «Lo sbilico» non conoscerà mai nessun altro nella propria vita tanto quanto ha conosciuto me, perché io dico tutto. Anche quello che un uomo non direbbe mai. E questo è anche positivo perché so che chi poi decide di avvicinarsi a me lo fa dopo aver dismesso tutti i pregiudizi.
Dalle mattanze a casa della nonna alla gatta Cherie, fino al suo dalmata: che ruolo hanno gli animali nella sua vita e nella sua scrittura?
Sono fondamentali nella mia vita. Sono sempre stato in mezzo agli animali e vivo in simbiosi col mio cane. Non solo. La loro mancanza in una storia o in un libro sarebbe davvero inconcepibile per me. Il romanzo non avrebbe poesia, non avrebbe candore, ma non avrebbe nemmeno l’orrore o il suo controbilanciamento fantastico.
Voleva scrivere un romanzo sulla malattia mentale o un’elegia per sua madre?
Probabilmente tutte e due. Per molto tempo ho fatto fatica a convincermi che il protagonista fossi io, perché per me sin dall’inizio la protagonista è la mia mamma: parte con lei, tutto viene gestito da lei e finisce con lei. Mi piace molto questa cosa dell’elegia alla madre, ma ci tengo a dire che pur essendo entrambe le cose, ovvero sia un racconto della malattia psichiatrica sia un’elegia a mia madre, le due cose non hanno niente a che vedere l’una con l’altra. Non credo sia stato il mio rapporto con lei a farmi impazzire.
La sua lingua così estremamente poetica, sinestetica e allo stesso tempo chirurgica è un’ancora alla realtà o una via di fuga ulteriore?
Una via di fuga assolutamente no. Ogni parola per me ha un senso filosofico: è l’unico ponte che ho per farmi capire dagli altri. Vivendo in un’altra dimensione, in un altro piano della realtà, le ho sempre collezionate, prendendole nei luoghi più impensabili e non necessariamente nella lingua letteraria. Ci tengo a dire che il grande maestro della mia vita, il mio professore, è stato Emanuele Severino, colui che mi ha insegnato tutto sul linguaggio. Perché la precisione, la poesia e i neologismi di Severino sono parte di quella che è per me una delle opere più importanti della storia dell’umanità.
Se la scrittura non è un progetto di salvezza, per chi ha scritto questo libro?
È chiaro che quando uno scrive lo fa per i lettori. Ma io l’ho scritto anche per cercare aiuto e per questo è un libro ossessivo rispetto alla sintomatologia. Il problema di chi è malato psichiatrico è che qualunque cosa dica, anche se fa lo scrittore, è sempre vista come il risultato del pensiero di una persona malata psichiatrica. C’è quindi sempre uno scetticismo di fondo, uno stigma molto forte.
Ha mai avuto il timore che fossero i farmaci a scrivere per lei?
Certo e non solo il timore, ma piuttosto la certezza. Gli stabilizzatori mi hanno consentito di raggiungere uno stato di accettazione della sofferenza che mi ha permesso di portare avanti il lavoro quotidiano. Altri di questi farmaci sono addirittura performativi, soprattutto a livello del linguaggio: le parole arrivano in testa più facilmente, i ricordi si accumulano. Credo che questa mia scrittura patologica traspaia dalla pagina.
Quindi con dosaggi diversi avrebbe potuto scrivere dieci libri differenti?
Sì, assolutamente. I farmaci cambiano la personalità, il modo in cui viviamo l’ansia e il benessere del corpo. Io sono convinto anche di un’altra cosa: il libro l’ho scritto tutto di mattina presto e quindi appena assunta la terapia, ma un po’ prima che tutti quanti i farmaci entrassero in circolo. Già questo mi ha portato ad essere molto pessimista. «Lo sbilico» è senza speranza. Se avessi scritto la sera probabilmente ci sarebbe stato uno spiraglio, ma solo perché le medicine arrivano a placarmi a fine giornata.




