«Il ponte sullo Stretto un’offesa a secoli di cultura, mito e poesia»

Lo studioso Giulio Ferroni ha pubblicato il libro «Tra Scilla e Cariddi» contro il progetto pensato per unire via terra Sicilia e Calabria
Nicola Rocchi
Lo Stretto di Messina
Lo Stretto di Messina

Giulio Ferroni evoca gli «astratti furori» di cui è preda il protagonista di «Conversazione in Sicilia» di Elio Vittorini, per spiegare le ragioni che l’hanno spinto a scrivere «Tra Scilla e Cariddi. Panegirico per lo Stretto» (Editori Laterza, 160 pagine, 16 euro). Un libro nel quale la cultura letteraria sostanzia la passione civile: i «furori» di Ferroni si indirizzano infatti contro il progettato ponte sullo Stretto di Messina, che senza mezzi termini definisce «un’offesa alla natura e alla vita, al mito, alla storia e alla cultura».

Ferroni – tra i più autorevoli studiosi della letteratura italiana, critico, saggista e docente emerito alla Sapienza di Roma, dove ha insegnato come professore ordinario dal 1982 al 2012 – mostra che il paesaggio dello Stretto va difeso anche nella sua natura di paesaggio culturale. Lo fa chiamando a raccolta, in pagine ricche di fascino, miti, leggende, vicende storiche, capolavori della letteratura che da quel braccio di mare sono stati alimentati per secoli. A partire da un «mito fondante», quello di Scilla e Cariddi, tornato a rivivere quest’estate nell’Odissea cinematografica di Christopher Nolan.

Professor Ferroni, perché ha messo su carta questi «astratti furori»?

Vedo una sproporzione fra il progetto del ponte e la natura di quei luoghi. Provavo una rabbia tale che ho deciso di affidarmi alla scrittura, collegando l’ansia per il futuro che Vittorini sentiva nel 1937, con le minacce di guerra di allora, a quello che accade oggi. Anche un progetto circoscritto come il ponte sullo Stretto è simbolo del mondo di oggi, nel quale l’intero svolgersi della politica, dell’economia, della comunicazione, si dà sotto il segno dell’offesa, del danno. Offese catastrofiche hanno luogo ovunque e di fronte ad esse la cultura non sa che fare, non ha più la capacità di intervenire e di farsi ascoltare come un tempo.

Perché lo Stretto è diventato un luogo evocatore di miti?

Comincia tutto con il mito originario di Scilla e Cariddi, in quell’Odissea di cui per combinazione in questi giorni si parla tantissimo.

A proposito, ha visto il film?

Sì, e sono molto perplesso. Contiene immagini e invenzioni formidabili, ma l’Odissea è un po’ tradita. Non è il poema di Omero ma una sua attualizzazione che a volte fa un po’ ridere, ad esempio nella strage finale dei Proci, che dal regista Nolan viene rappresentata in chiave da film d’avventura.

Giulio Ferroni
Giulio Ferroni

Torniamo allora allo Stretto e ai suoi miti...

Oltre al mito narrato nell’Odissea ci sono tutte le invenzioni successive. Ad esempio quella delle Metamorfosi di Ovidio, bellissima, sulla trasformazione di Scilla, una fanciulla che si bagnava nelle acque dello Stretto vicino a Reggio e che per vendetta della maga Circe viene trasformata in mostro. C’è poi tutta la storia passata da queste sponde, che è cruciale per l’identità europea. I passaggi dei Greci, i Cartaginesi, prima ancora i Sicani e poi i Romani… Secondo me questo deve essere considerato quasi un luogo sacro, il simbolo di quella civiltà occidentale che oggi si dice tanto di voler difendere, mentre si attaccano proprio i suoi luoghi fondamentali.

Ricorda che per lo scrittore Vincenzo Consolo quel braccio di mare era «metafora dell’esistenza»…

Sì, è l’idea del passaggio, che non è solo bellezza ma anche sofferenza, lavoro, violenza. Quanta violenza è passata; tra l’altro, la potenza navale romana è nata proprio quando, durante la prima guerra punica, dovettero passare lo Stretto e combattere in Sicilia. Presero lezioni dai coloni greci che, sulle sponde dell’Italia meridionale, avevano già costituito forme di navigazione avanzate.

Di un rudimentale ponte sullo Stretto narra Plinio il Vecchio…

Era un ponte su zattere, realizzato dai Romani per farvi passare oltre cento elefanti sottratti ai Cartaginesi. Ho però qualche dubbio che la marineria romana fosse giunta a quest’opera di meravigliosa ingegneria: partendo da quel modello, chissà cos’altro avrebbero inventato… Secoli dopo, nel ’400, ci fu un passaggio ben più miracoloso: quello di san Francesco di Paola, che attraversò lo Stretto usando il mantello come imbarcazione.

Anche in «Horcynus Orca», il capolavoro di Stefano D’Arrigo edito nel 1975, mito e storia sono legati…

È la cronaca di un passaggio nello Stretto, nell’ottobre del 1943, da parte di un pescatore che ritorna dopo l’8 settembre. Alla descrizione dettagliata della realtà si sovrappone l’aspetto mitico, con l’invenzione di un’orca gigantesca o nell’incontro con le «femminote», figure femminili mitiche che traghettano il protagonista dalla Calabria alla Sicilia. Nello Stretto lacerato, pieno di rovine della guerra, il mito ritorna fra le contraddizioni del moderno.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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