Li ascoltiamo mentre siamo in macchina. Quando camminiamo, facciamo le pulizie, ci rilassiamo, ci asciughiamo i capelli. Nei dieci minuti di attesa dal medico, nel tragitto in metro, nella mezz’ora di corsa che ci concediamo la sera. I podcast si sono infilati in ogni interstizio della nostra giornata, in quei momenti di transizione che una volta appartenevano alla radio o, più semplicemente, ai nostri pensieri.
Un nuovo palinsesto personale, costruito episodio dopo episodio, seguendo interessi, ossessioni, curiosità, stati d’animo. Si passa dal true crime (amatissimo, soprattutto dal pubblico femminile) alla politica, dall’attualità alla storia, dalle biografie al pettegolezzo, dal benessere alla spiritualità, fino alla finanza personale e all’imprenditoria. C’è di tutto, per tutti i gusti e a qualsiasi ora. Ed è proprio questa disponibilità continua, intima e su misura, ad aver trasformato il podcast in qualcosa di più di un contenuto audio: una nuova forma di compagnia, informazione e racconto.
Il trend
I numeri, infatti, certificano che i podcast sono molto più di un trend. Secondo la ricerca annuale di NielsenIQ commissionata da Audible, nel 2025 sono stati 18 milioni gli italiani ad aver ascoltato almeno un episodio di podcast. 800mila in più rispetto all’anno precedente, con una crescita del 5%. Dal 2018 a oggi l’aumento è del 75%, da 10,3 a 18 milioni di ascoltatori.
Ma che cos’è, esattamente, un podcast? La definizione più semplice è anche la più riduttiva: un contenuto audio o video, disponibile online, che si può ascoltare quando si vuole. La parola nasce nel 2004 come neologismo coniato dal giornalista britannico Ben Hammersley, dall’unione di «iPod», il lettore musicale di Apple che nei primi anni Duemila ha cambiato il modo di ascoltare la musica, e «broadcast», cioè trasmissione. All’inizio, però, il podcast era una cosa molto diversa da quella che conosciamo oggi. Non era ancora un contenuto da cercare su Spotify o su YouTube, ma un file audio pubblicato sul web, spesso da autori indipendenti, che poteva essere scaricato e ascoltato in un secondo momento.

La svolta arriva nei primi anni Duemila, quando Adam Curry, ex volto di Mtv Us, cerca un modo semplice per distribuire automaticamente i propri contenuti audio online. La soluzione passa attraverso una tecnologia già esistente, il feed Rss: in pratica una specie di filo digitale che collega chi pubblica un contenuto a chi lo segue. L’ascoltatore si iscriveva una volta sola e, da quel momento, ogni nuovo episodio veniva scaricato automaticamente nel programma usato per ascoltarlo. Un meccanismo semplice e ancora alquanto embrionale, ma in grado di trasformare l’audio online in una trasmissione periodica, personale e, soprattutto, libera, per la quale non era necessario avere una frequenza radio, un editore o un apparato produttivo strutturato alle spalle. Da lì in avanti, la strada è aperta: il podcast diventa prima una radio fai-da-te, poi un nuovo linguaggio, infine un’industria.
La rivoluzione video
Sì, perché negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Il video ha cominciato a entrare nel formato. Dapprima timidamente, poi sempre con più forza. Oggi, infatti, moltissimi podcast vengono registrati anche in video e distribuiti contemporaneamente su Spotify e YouTube. I numeri lo confermano: i video podcast sono cresciuti dell’80% rispetto al 2023, trascinati soprattutto dalla Gen Z. Il mezzo si è ibridato, miscelando le convenzioni radio, quelle del talk show televisivo e il mondo dei social media in qualcosa che non è esattamente nessuna delle tre cose. Eppure, anche nella sua versione video, il podcast mantiene una caratteristica che lo distingue da tutto il resto: si ascolta (e si guarda) quando si vuole, dove si vuole, alla velocità che si preferisce.
Secondo la ricerca «From podcast to branded podcast 2025» di Obe - Osservatorio branded entertainment, realizzata con Bva Doxa, il podcast conferma la sua natura di mezzo multitasking: il 77% degli ascoltatori italiani dichiara di fare altro mentre ascolta. In particolare, il 58% lo fa durante viaggi e spostamenti quotidiani, il 51% durante le attività domestiche e il 36% mentre pratica attività sportiva. Lo smartphone resta il dispositivo principale, usato dal 78% degli ascoltatori. Sempre secondo BVA Doxa, il profilo medio dell’ascoltatore è bilanciato per genere (50% uomini, 50% donne), con un’età prevalentemente tra i 25 e i 54 anni e un 46% di utenti laureati. Dei 15,5 milioni di ascoltatori regolari italiani, 6,2 milioni ascoltano podcast ogni giorno o più volte a settimana. E la sessione media di ascolto nel 2025 supera i 28 minuti, quattro in più rispetto all’anno precedente (fonte: NielsenIQ per Audible). In un’epoca in cui tutto si accorcia, il podcast si allunga.
Da ascoltare
In Italia il panorama è ormai ricchissimo e sorprendentemente vario. Sul fronte crime, «Indagini» di Stefano Nazzi, prodotto da Il Post è uno dei podcast più amati di sempre, con ricostruzioni di casi di cronaca che mescolano rigore giornalistico e la narrazione serrata tipica del suo autore. Per quanto riguarda i casi della nostra provincia c’è invece «Delitti bresciani», alla quarta stagione, che finora ha registrato più di 700mila ascolti.
Per chi vuole capire la storia, «Lezioni e conferenze di storia» è la raccolta non ufficiale di lectio di Alessandro Barbero sempre in vetta alle classifiche. Sul fronte dell’attualità, un format pensato per orientarsi nel flusso delle notizie è, per esempio, «The Essential» di Will Media, che ogni giorno seleziona e contestualizza i fatti principali, diventando per molti una sorta di rassegna stampa da ascoltare in movimento.
Accanto all’informazione, cresce poi tutto il mondo della conversazione lunga ad intervista, dove il podcast si prende un tempo che altrove sembra non esserci più. «Supernova» di Alessandro Cattelan ne è un buon esempio (per l’Italia, mentre per chi li ascolta in inglese uno dei più amati è «Good hang with Amy Poehler»). Un format che si muove tra intrattenimento, cultura pop e riflessioni laterali. E poi ci sono autori che hanno contribuito a definire profondamente il linguaggio stesso del podcast narrativo italiano, come Pablo Trincia, capace di trasformare ogni inchiesta in un’esperienza immersiva, con ritmo e costruzione da serie tv: da «Veleno», sul celebre caso dei diavoli della Bassa Modenese, a «Dove nessuno guarda», dedicato all’omicidio di Elisa Claps, fino a «Il dito di Dio» e «E poi il silenzio», racconti corali rispettivamente sul naufragio della Costa Concordia e sulla tragedia di Rigopiano.
Chi ama la psicologia non può perdersi, poi, «Lovebombing» di Roberta Lippi, prodotto da storielibere.fm, che ha scritto anche «Soli», che racconta le storie dei bambini che sono stati portati dai loro genitori nelle comuni di Osho tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta.
Una varietà di contenuti, insomma, che ben racconta il nostro tempo e il modo in cui ciascuno sceglie di attraversarlo: imparando, approfondendo, informandosi, distraendosi o, semplicemente, cercando una voce leggera per allontanare la solitudine.



